analisi

L’Egitto, gigante d’argilla in emergenza perenne

di Ugo Tramballi

Un poliziotto armato davanti alla chiesa copta di Tanta, colpita domenica da un attentato

3' di lettura

L’aspetto più amaro e sfrontato dell’ultimo stato d’emergenza egiziano è l’annuncio che, fra le altre, vi saranno anche limitazioni al diritto di manifestare dei cittadini. Manifestazioni? Prima dell’ennesimo attentato contro i copti, due giorni fa, esisteva forse qualche forma di libertà d’espressione nel paese di quasi cento milioni di abitanti che l’ex generale governa come fosse una gigantesca caserma?

Il duplice massacro di domenica è l’ultima prova dell’inefficienza di uno stato che aveva fatto della sicurezza il suo marchio di fabbrica. Ma da quando è al potere Abdel Fattah al-Sisi - ex capo dei servizi militari, ex comandante in capo delle Forze armate, ex ministro della Difesa e dell’industria militare, ex feldmaresciallo – in Egitto è sempre meno chiaro chi sia un terrorista. Lo sono certamente i qaedisti e chi aderisce alle fazioni che si richiamano all’Isis, i quali rappresentano un’effettiva minaccia alla sicurezza nazionale. Ma sono nemici quanto i terroristi veri anche gli ex studenti della rivolta di piazza Tahrir, i pochi giornalisti che criticano, i politici di un’opposizione senza voce, gli imprenditori locali schiacciati dalla voracità economica dei militari e quelli stranieri costretti ad adeguarsi.

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Migliaia di giovani spariscono e muoiono nelle carceri di un sistema che non tollera dissensi: tutti una minaccia per la stabilità dello stato, tutti terroristi. Il nostro Giulio Regeni è stato solo uno straniero fra tanti egiziani. Su quella vicenda continuano a negarci la verità, a mentirci. Ma è ancora più grave che mentano su tutto ai loro concittadini, milioni dei quali avevano sostenuto il colpo di stato e salutato come un atto di libertà la caduta del governo eletto dei Fratelli musulmani, nel 2014.

Scegliendo un modello economicamente e politicamente antiquato, il presidente al-Sisi cerca in ogni modo di essere la replica di Gamal Nasser. Come lui, promette una crescita economica fondata su opere monumentali. Per esempio i nuovi 37 chilometri del canale di Suez, costruiti a tempo di record ma tutt’altro che redditizi. Nel 2015, dopo la conferenza economica di Sharm el-Skeikh per annunciare al mondo la “sisinomics”, il ministro competente spiegò che l’Egitto aveva raccolto investimenti internazionali per 38 miliardi di dollari, più memorandum d’intesa per altri 92.
Non era vero, le cifre erano gonfiate. Come quelle della crescita economica di oltre il 4% che nessuna agenzia internazionale conferma. Nell’anno fiscale 2015-16 gli investimenti internazionali superavano di poco i tre miliardi di dollari, le esportazioni erano calate del 26%, il deficit della bilancia dei pagamenti saliva da uno a quasi tre miliardi e mezzo di dollari.

Eppure i militari al potere (al-Sisi ha solo tecnicamente svestito la divisa da feldmaresciallo) controllano l’economia senza esserne capaci e stanno spendendo troppo per la difesa. Apparentemente è comprensibile data l’instabilità regionale ma l’Egitto che già possiede 230 caccia F-16, ha speso 11,9 miliardi i dollari per comprare armamenti come se dovesse combattere una guerra convenzionale contro un altro paese: 24 caccia Rafale e due portaelicotteri francesi più 46 elicotteri d’assalto russi.

Tutti i governi del mondo cercano di combattere il terrorismo con l’intelligence e una difficile alchimia fra inclusione e repressione poliziesca: l’Egitto lo fa con la sola repressione espressa dai caccia bombardieri, con una violenza inadeguata perché eccessiva. Inutile perfino nel Sinai che il governo non riesce a strappare a Wilayat, i locali sostenitori del califfato, che nel 2016 facevano 48 attacchi al mese. In un trionfalistico bollettino di guerra, recentemente lo stato maggiore ha annunciato di aver ucciso 2.529 miliziani e di averne arrestati altri 2.481. Secondo la Cia e i servizi militari israeliani Wilayat Sinai non avrebbe più di un migliaio di militanti. Passando da uno stato d’emergenza a un altro, è il presidente di questo gigante d’argilla mediorientale che la settimana scorsa è stato ricevuto alla Casa Bianca e presto ospiterà il Papa.

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