L’analisi

L’elettrica costa tanto, ma non se è cinese

di Pier Luigi del Viscovo

(Marco Santi Amantini - stock.adobe.com)

2' di lettura

Cosa accadrebbe al mercato auto, se davvero il Parlamento e il Consiglio d’Europa approvassero la proposta della Commissione di vietare la vendita di auto con motore a combustione? La domanda sorge perché i consumatori non sono pronti a passare alle auto full electric (Bev), evidenza confermata proprio dalla decisione di vietare le altre. Per dire, i telefoni a gettone sono scomparsi non perché vietati ma perché abbiamo preferito i cellulari. Una prima risposta prevede lo spostamento di parte della domanda sull’usato: l’abbiamo denominato “effetto Cuba”.

Una soluzione semplice, che già sta prendendo corpo adesso per la mancanza di produzione causata dai microchip, ma anche di breve periodo. Per quanto le auto sfornate nei prossimi anni possano durare più a lungo, non saranno eterne. Prima o poi, tutti dovremmo arrenderci ed attaccarci alla presa prima di andare a fare la spesa. C’è tuttavia una piccola difficoltà: le auto elettriche costano uno sproposito. Un’analisi di Jato Dynamics, un centro studi, indica che le auto Bev immatricolate in Europa nella prima parte dell’anno sono state più costose delle corrispondenti vetture termiche in un range tra il 50 e il 90% per 15 Paesi su 23. Solo in Norvegia costano meno, presumibilmente per gli incentivi che spostano parte del prezzo sui contribuenti. Il fenomeno ricorre anche negli Stati Uniti ma non in Cina. Nel Paese del Dragone, le Bev costano un po’ meno delle termiche ed enormemente meno che in Europa e negli States. Le auto Bev vendute in Europa hanno un prezzo superiore del 93% a quelle vendute in Cina, mentre negli Usa il gap si ferma a +64%. Non è sempre stato così. Dieci anni fa le Bev vendute in Cina costavano circa 42.000 euro, molto più che in Europa e in America, dove si spendevano 34mila e 26mila euro, rispettivamente. Però, mentre negli Stati Uniti il loro prezzo saliva a 36mila euro e in Europa a quasi 43mila, in Cina scendeva agli attuali 22mila.

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Sembra dunque verosimile che gli europei, dopo aver ripiegato sull’usato più o meno fresco, potrebbero optare per un’elettrica fabbricata in Cina. A quel punto, il disegno più volte evocato sarebbe compiuto. Il gigante asiatico, invece di inseguire una superiorità europea sul motore termico, ha preferito azzerare il gap tecnologico e riportare tutti alla griglia di partenza di un’auto elettrica, molto meno complessa. Con il vantaggio non trascurabile di avere il controllo, se non il monopolio, di molte delle materie prime necessarie alle batterie. Ma il vento è cambiato. Il tema ambientale viene trattato con meno ideologia e più attenzione ai numeri, secondo cui le auto in Europa emettono l’1% della CO2 globale. È probabile che ciò che si venderà nel 2035 sia ancora tutto da stabilire.

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