Cassazione

L’elettrodotto non deve ridurre le emissioni: esclusi i rischi oncologic

Dopo 17 anni messa la parola fine alla querelle che ha oppposto gli abitanti di Scorzè a gestori e proprietari degli impianti

di Patrizia Maciocchi

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Dopo 17 anni messa la parola fine alla querelle che ha oppposto gli abitanti di Scorzè a gestori e proprietari degli impianti


3' di lettura

I responsabili degli elettrodotti non sono obbligati a ridurre le emissioni, se restano nella soglia fissata dal legislatore e il presunto rischio è smentito dall’assenza di patologie collegabili all’esposizione prolungata ai campi magnetici. Partendo da questo presupposto la Cassazione (sentenza 11105) ha messo la parola fine alla querelle, durata 17 anni, che ha opposto i cittadini di Scorzè, affiancati dal Codacons, a Terna ed Enel come proprietari e gestori degli impianti del Padovano.

Le perizie che sostenevano la pericolosità dell’impianto

La Suprema corte ha valorizzato anche un dato: nel corso del lungo giudizio, che ha permesso di approfondire il tema, non sono stati dimostrati casi di malattie collegabili alle continue esposizioni alle onde elettromagnetiche degli abitanti della zona. In più sono da considerare superate le consulenze tecniche che avevano portato ad una vittoria dei ricorrenti in primo grado.

L’ordine di ridurre le emissioni

Il tribunale di Venezia, confermando le valutazioni espresse in sede cautelare, aveva ordinato alle società di ridurre le emissioni elettromagnetiche, contenendole entro una soglia di valore prudenziale. Alla base della decisione c’erano una Ctu, redatta da cinque esperti di medicina ambientale e una relazione dell’Arpav. Per i periti esisteva un rischio cancerogeno per l’uomo, limitato, secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, alla leucemia infantile. Rilievi che erano stati espressi prima dell’entrata in vigore della normativa statale, del 2003, che ha regolato il settore .

Il contr’ordine della Corte d’Appello

Il verdetto è stato ribaltato dalla Corte d’Appello. Per i giudici territoriali, infatti, l’ordinamento interno, (Dpcm del 2003) che ha recepito il principio di precauzione di derivazione comunitaria, offre adeguate garanzie, fissando valori di attenzione e obiettivi di qualità, tarati sui luoghi degli impianti e sui tempi di esposizione, con particolare riguardo agli elettrodotti in corrispondenza di aree gioco per l’infanzia, di centri abitativi e di scuole. Parametri sui quali le Regioni non possono più intervenire, neppure in senso più restrittivo, dopo la sentenza (307/2003) con la quale la Consulta ha rimesso saldamente la materia in mani statali per quanto riguarda pianificazione e regolamentazione degli impianti.

Il punto di equilibrio tra salute e necessità di energia

La fissazione di valori soglia nazionali inderogabili - sottolinea la Cassazione - rappresenta il punto di equilibrio tra esigenze contrapposte: evitare al massimo l’impatto delle emissioni elettromagnetiche e realizzare gli impianti necessari per il paese. Una logica per cui la competenza delle Regioni in materia di trasporto dell’energia elettrica e di ordinamento della comunicazione è di tipo concorrente, vincolata ai principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. I cittadini, nel loro ricorso, non contestavano il mancato rispetto del valore di attenzione, fissato in 10 microTesla nel caso di esposizione prolungata, ma criticavano le ragioni di dissenso, non abbastanza motivate, della Corte d’Appello, rispetto alle tesi dei periti , alla quale aveva invece aderito il giudice di primo grado con la sentenza a loro favorevole.

La letteratura scientifica internazionale

Per la Cassazione però la Corte territoriale ha argomentato le ragioni della presa di distanza da quel verdetto. La decisione dei giudici di seconda istanza - precisa la Cassazione - ha confutato le valutazioni medico legali acquisite in sede cautelare «basate su conoscenze ipotetiche, non tratte da veri e propri studi epidemiologici e successivamente smentite da più attendibili conoscenze scientifiche...». La Corte d’Appello si è basata - ad avviso della Cassazione - sulla letteratura scientifica più rigorosa, la stessa posta alla base delle norme nazionali. Né l’assenza di rischi è stata confutata dai fatti: nessun caso nei 17 anni è ricollegabile all’esposizione ai campi magnetici.

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