Lingerie di lusso

L’emergenza sanitaria congela il piano di rilancio di La Perla

Situazione ancora difficile per il gruppo emiliano, costretto a rinviare gli obiettivi di sviluppo che quest’anno avrebbero dovuto portare i ricavi a quota 130 milioni

di Natascia Ronchetti

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(Afp)

Situazione ancora difficile per il gruppo emiliano, costretto a rinviare gli obiettivi di sviluppo che quest’anno avrebbero dovuto portare i ricavi a quota 130 milioni


2' di lettura

Solo pochi mesi fa, in febbraio, aveva varato un aumento di capitale di 200 milioni, attraverso l'emissione di quasi 45 milioni di nuove azioni, per sostenere il piano di sviluppo e un programma di acquisizioni. L'epidemia di Covid-19 e il lungo lockdown costringono La Perla a rinviare il raggiungimento degli obiettivi di rilancio. Per il traguardo dei 130 milioni di ricavi nel 2020, fino ad arrivare a 200 nel 2022, la strada è ancora tutta in salita mentre per gli accordi con i nuovi investitori bisognerà attendere almeno fino alla fine di giugno.

Esuberi e chiusura dei negozi

L'emergenza sanitaria ha sparigliato le carte e per il gruppo della lingerie di lusso di Bologna è ancora rimandato il momento in cui potrà mettere la parole fine alla lunga crisi che nell'estate scorsa lo aveva portato anche a dichiarare 126 esuberi nel quartiere generale del capoluogo emiliano (i licenziamenti, dopo una lunga e tesa vertenza con i sindacati, sono stati successivamente ritirati, con il ricorso alla cassa integrazione e a un piano di esodi incentivati che coinvolge 96 dipendenti). Il taglio drastico ai negozi monomarca presenti in Italia e nel mondo – in un solo anno ne sono stati soppressi 38 e oggi ne restano 92 – da un lato ha permesso di portare a termine una rigida politica di contenimento dei costi ma dall'altro lato ha fatto sentire tutti i suoi effetti sui ricavi, con un fatturato che da 106 è sceso a 86 milioni e con una perdita totale di 89 milioni.

Scenario post Covid-19

Per lo storico gruppo fondato negli anni Cinquanta dalla bustaia Ada Masotti - e oggi controllato dalla società anglo-olandese Tennor Holding che fa capo al finanziere tedesco Lars Windhorst - il 2020 si prospetta ancora come un anno molto difficile, nonostante le sforbiciate ai costi fatte anche con la chiusura di due linee, quella dell'uomo e quella dell'abbigliamento. Grande la preoccupazione tra i sindacati. «Lo scopo dell'azienda era quello di arrivare a un punto di pareggio – dice Teresa Ruffo, della Cgil di Bologna -. L'epidemia ha cambiato lo scenario e nessuno si attende risultati migliori di quelli raggiunti l'anno scorso. Ma abbiamo già chiesto un incontro con i vertici aziendali per capire come sono cambiati i piani».

Ritorno al business lingerie di lusso

Il gruppo, che sotto la guida di Tennor Holding ha scelto di puntare sull'originario core business costituito dalla moda mare e dalla biancheria intima da donna, consolidandosi su una fascia alta di mercato, nelle sede di Bologna occupa oltre 400 persone, su un totale nel mondo di 1.150, con una attività che prosegue tra cassa integrazione, smart working e produzione su più turni. Nella seconda metà del 2019 le vendite nei negozi monomarca rimasti hanno comunque registrato aumenti importanti. Tanto da indurre l'azienda a ritenere di avere in ogni caso adottato una strategia vincente. Il gruppo è quotato alla Borsa di Parigi dal settembre

dello scorso anno.

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