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L’Enea vivo di Giorgio Caproni

Filomena Giannotti è la curatrice del volume antologicoin libreria per i tipi di Garzanti

di Alberto Fraccacreta

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Filomena Giannotti è la curatrice del volume antologicoin libreria per i tipi di Garzanti


3' di lettura

Nel 1991, a un anno dalla scomparsa di Giorgio Caproni, apparve per Garzanti Res amissa ¬— curata da dal filosofo Agamben —, terza parte di un poema per frammenti iniziato con Il franco cacciatore (1982) e proseguito con Il Conte di Kevenhüller (1986), anche se embrioni del progetto erano già visibili in Il muro della terra (1975).

Lo «svagato Caproncello» sembrava lasciare il posto al «grande Caproni» (Surdich), sulla scia di un paralogismo della poesia dentro un'acuta tenaglia di «pensatine» «antimetafisicanti» volte a liberare dall'angusta cella della parola temi irremeabili quali Dio, il male, la Bestia, la parola stessa. Persuaso come Pessoa del diffidare da quella trappola mistificante che è il linguaggio, Caproni cominciò circoncidere i versi in uno spettro estremamente personale e siliceo: poche fulminee battute, negazioni di negazioni, antinomie, contraltari, falsificazioni, antiverità. La poesia diventava l'envers du décor per conoscere sommamente le circonlocuzioni dell'universo, l'identità umana e il rapporto (problematico) con la trascendenza.

Se Il franco cacciatore e Il Conte di Kevenhüller coincidevano per lo più (ma non solo) con la ricerca ossessiva di un principium mali introflesso e fumigante, Res amissa si situava in posizione simmetricamente opposta: il “bene perduto”, la condicio sine macula, edenica, è quel dono di cui il poeta non riesce a trovare «più segno./ Più traccia». Spesso associato per la sua via negationis a un nichilismo aspro ed esacerbato, in realtà l'autore livornese nascondeva un'ansia religiosa tra le più audaci del Novecento. Come confermò il figlio Attilio Mauro in un'intervista ad Alessandro Rivali nel 2012, Caproni «iniziò un colloquio con Dio nella sua seconda stagione della vita [...]. Andava a messa tutte le domeniche con mia madre. Forse ci andava per accontentarla, ma comunque ci andava. Diceva le preghiere due volte al giorno e un po' si seccava se tu te ne accorgevi. Era molto devoto alla Madonna della Guardia di cui aveva un'immaginetta nel taccuino».

Dichiarazioni sorprendenti riportate nella bella introduzione di Filomena Giannotti, curatrice del volume antologico Il mio Enea (prefazione di Alessandro Fo, postfazione di Maurizio Bettini, Garzanti, pp. 256, € 20), che ripercorre tutti quei luoghi poetici e in prosa in cui Caproni ha fatto riferimento al mito del pius eroe virgiliano e, in particolare, a una statua scorta a piazza Bandiera, nel cuore di Genova. Enea reca in spalla il padre Anchise e la visione dell'attonito Giorgio, vera e propria agnizione letteraria, è per Fo uno «“momenti alti” della vita»: il poeta ripete in circostanze diverse — liriche (Il passaggio d'Enea, 1956), saggi, articoli, interviste — quasi con le stesse parole l'identica emozione provata dinanzi al monumento, unico in Italia: Enea è il segno degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, «simbolo unico di tutta l'umanità moderna, in questo tempo in cui l'uomo è veramente solo sopra la terra con sulle spalle il peso d'una tradizione ch'egli tenta di sostenere mentre questa non lo sostiene più, e con per la mano una speranza ancor troppo piccola e vacillante per potercisi appoggiare e che tuttavia egli deve portare a salvamento» (Noi, Enea, 1949).
Giannotti rileva giustamente che quello di Caproni è «un Enea vivo e concreto, non scolastico e libresco, anzi antieroico e antiretorico [...], esule in cerca di un approdo», sbalzato psicologicamente ed “errante” sotto il profilo spirituale. Doppelgänger dello stesso io lirico ed emblema di una «terribile congiuntura» storica (Bettini), Enea-Caproni cercò a lungo «un pontile/ che al lancinante occhio via mare/ possa offrire altro suolo»: un approdo, una terraferma interiore, una fides stabile. Destino che è forse scritto nel cuore di un'intera generazione.

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