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L’enoturismo può rientrare nel regime forfettario

L’opzione è ammessa solo se c’è l’agriturismo come attività principale. Disposizioni anche per lo street food

di Gian Paolo Tosoni


3' di lettura

L’enoturismo è una attività agricola connessa e può beneficiare del regime forfettario previsto per l’agriturismo. A prevederlo è stata la legge di Bilancio 2018 (205/2017); di recente, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Dm 12 marzo 2019, emanato in attuazione del comma 504 della citata legge di Bilancio, il quale ha stabilito gli standard minimi di qualità che devono essere rispettati per l’esercizio dell’attività di enoturismo nonché alcuni chiarimenti circa l’ambito di applicazione delle disposizioni normative e il trattamento fiscale.

Con il termine «enoturismo» si intendono tutte le attività di conoscenza del vino espletate nel luogo di produzione, le visite nei luoghi di coltura, di produzione o di esposizione degli strumenti utili alla coltivazione della vite, la degustazione e la commercializzazione delle produzioni vinicole aziendali, anche in abbinamento ad alimenti, le iniziative a carattere didattico e ricreativo nell’ambito delle cantine. La degustazione del vino può essere accompagnata da cibi freddi ma non è prevista la ristorazione che splafonerebbe nell’agriturismo.

Per poter esercitare queste attività, si deve presentare al Comune di competenza, la segnalazione certificata di inizio attività (Scia). L’esercizio dell’attività richiede il rispetto di norme igienico - sanitarie nonché il rispetto di norme specifiche, contenute nel decreto ministeriale dello scorso marzo 2019. Tra i requisiti da verificare, ad esempio, è richiesta l’apertura settimanale di un minimo di tre giorni, la predisposizione di adeguati strumenti di prenotazione delle visite, l’impiego di personale dotato di adeguate competenze, la presenza di ambienti dedicati e attrezzati, l’utilizzo di calici di vetro o altri materiali idonei a non alternare le proprietà organolettiche del prodotto e altro.

Il regime fiscale

Se l’attività di enoturismo è svolta dal medesimo soggetto che svolge l’attività agricola principale, trovano applicazione le disposizioni fiscali previste dall’articolo 5 della legge 413/1991, ovvero il regime forfettario proprio delle attività di agriturismo.

Pertanto, ai fini delle imposte dirette, il reddito imponibile si determina applicando un coefficiente di redditività del 25% all’ammontare dei ricavi conseguiti con l’esercizio dell’attività di enoturismo, al netto della imposta sul valore aggiunto; ai fini Iva, invece, il regime forfettario consiste nell’applicazione di una percentuale di detrazione pari al 50% dell’Iva applicata sulle operazioni attive.

Sono, però, previste due eccezioni: il regime ai fini delle imposte dirette non si applica alle società di cui alle lettere a) e b) dell’articolo 73 del Tuir, ovvero ai soggetti Ires (società di capitali); il regime ai fini dell’Iva si applica solo ai produttori agricoli di cui agli articoli 295 e seguenti della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, ovvero a quei produttori che svolgono l’attività nell’ambito di una azienda agricola.

Street food

La legge di Bilancio 2018 ha introdotto anche lo “Street food”, con il comma 499, prevedendo la possibilità di vendere prodotti agricoli anche manipolati o trasformati, già pronti per il consumo, mediante l’utilizzo di strutture mobili nella disponibilità dell’impresa agricola anche con modalità itinerante su aree pubbliche o private. Restano escluse le attività di servizio assistito che, altrimenti, qualificherebbero le attività come ristorazione o agriturismo.

Per queste attività si pone il problema di stabilire se rientrino fra quelle connesse e quindi se sono ricomprese nel reddito agrario secondo l’articolo 32 del Dpr 917/1986.

Una prima interpretazione porta a qualificare la vendita diretta, compresa la degustazione ed il consumo diretto dei prodotti agricoli, come cessione di beni e non prestazione di servizi. Ne consegue che tali attività vanno inquadrate nel reddito agrario se i prodotti venduti e consumati sono compresi nell’elenco contenuto nel decreto ministeriale del 13 febbraio 2015. Quando, invece, i prodotti venduti direttamente non sono compresi nell’elenco ministeriale, ma si può ritenere che il processo di produzione rappresenti una prima trasformazione dei prodotti originari agricoli, l’attività rientra nel regime forfetario ex articolo 56-bis del Dpr 917/86 (reddito pari al 15% dei corrispettivi).

Attenzione alle attività che comportano la cottura dei cibi (si pensi, ad esempio, alla vendita di un panino con salsiccia); la cottura non è una attività compresa in quelle del Dm delle attività connesse, quindi deve escludersi dal reddito agrario.

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