il libro

L’epica cavalcata della Viola del ’56

di Giulio Peroni

default onloading pic


5' di lettura

La Fiorentina per Firenze: un po' come il Festival di Sanremo per Sanremo. L'indissolubile che si nutre di orgoglio. Che si fortifica nell'unicità oggettiva, riconosciuta, indelebile nel tempo. La Viola del calcio italiano. Quella che monopolizzò il campionato del ‘56. Che l'anno dopo perse una finale di coppa Campioni con il Real Madrid per colpa di un arbitro olandese che fischiò un rigore di Ardico Magnini fuori dall'area di rigore. “Arbitro Hornuto!”, urlarono a Santa Croce.

Ma era una Fiorentina bella quella, in qualche modo rivoluzionaria. Una squadra che maneggiava la sfera per far stropicciare gli occhi ai propri tifosi. Un'antitesi vintage del già allora inflazionato “catenaccio”. La Viola che vinse il primo dei suoi due scudetti della storia utilizzava il cosiddetto “WM elastico”. In parole povere, l'esaltazione degli spazi liberi. Un credo pallonaro che fondava il proprio karma non sull'appoggio ai piedi del compagno, bensì nel lancio lungo, spiazzante per gli avversari. Quella Fiorentina, epica e vincente negli anni del sindaco democristiano Giorgio La Pira (primo cittadino, grande mediatore sindacale: grossolanamente definito “comunista bianco”) ebbe il merito (e privilegio) di rompere un argine. Uno schema importante nella catena del successo.

Peraltro ripreso e consolidato negli anni a venire. È il 6 maggio del 1956. Succede l'impensabile. La formazione dell'imprenditore tessile pratese Enrico Befani (che la acquistò nel 1952) e soprattutto dell'allenatore Fulvio Bernardini, romano a tutto tondo, detto Fuffo e Professore (o Dottore) perché laureato in Scienze Economiche, vince il suo primo campionato. Interrompendo così l'infinita catena degli scudetti vinti, nel dopoguerra, sempre e solo da club del nord. Inter e Milan. E naturalmente Juventus. Un trionfo viola. Che segnò il sorpasso delle avanguardie sulla tradizione.

Dei poveri sui ricchi. Non solo un successo sportivo. Era l'inaspettata vittoria dell'Italia artigiana su quella industriale. Un rovescio delle gerarchie. Il grido d'orgoglio di una città bella e mortificata dalla guerra. Ancora impolverata di macerie. Impegnata in una lunga e difficile ricostruzione. I ponti sull'Arno erano ancora dei cantieri. Ma Firenze era sempre maestosa. Come la sua squadra. Robusta e raffinata. Geometrizzata del fantasioso Beppe Chiappella. Protetta dal giovane Giuliano Sarti in porta. Fortificata, capitalizzata dai goals del centravanti Giuseppe Virgili, un ventenne detto “Pecos Bill”. Come l'eroe di quel fumetto che alla comodità della pistola preferiva usare i cazzotti. Firenze non ha mai dimenticato quegli uomini, la loro storia.

Oggi raccontata nel gustoso libro “Canapone, lo scudetto e un horn…(nuto)!- Storie e storiaccie della grande Fiorentina” (edizioni Urbone Publishing). Un'opera calcistica incastrata nel quotidiano della città gigliata di allora. Scritta da Andrea De Boni, cronista e nipote di Beppe Chiappella, assieme ai giornalisti Gabriele Borzillo e Carlo Tagliagambe. Un concentrato di ricordi, aneddoti, sin dall'alba di quel trionfo. Quando la Fiorentina nel ritiro estivo ad Abbadia San Salvatore, nella campagna senese, non godeva certo dei favori del pronostico.

“Invece i giudizi quasi unanimi- si legge nel testo- erano che la rosa si fosse indebolita rispetto a quella della stagione precedente. Le avversarie dirette, al contrario, si erano ulteriormente rafforzate. Scavando un solco quasi impossibile da colmare. Fulvio Bernardini, remando controcorrente, si disse non solo soddisfatto del materiale umano a disposizione, ma convinto che la sua squadra potesse disputare una grande stagione”. Profetico. Perché l'esordio viola, nel campionato 1955/56, nella settimana in cui Rocky Marciano indossa a New York la corona mondiale dei pesi massimi, non è dei più incoraggianti. Un 2 a 2 con la Pro Patria a Busto Arsizio, al termine di una partita dura, assai sfortunata. Così, intanto che la giunta comunale finalmente approva i dirottamenti di alcune linee ATAF e si iniziano a chiudere al traffico le vie del centro storico, del “Fuffo” ospita per la prima casalinga il Padova. Un gruppo di belle speranze allenato da Nereo Rocco, quello che sarà conosciuto con il nomignolo di “Paron”.

È vittoria della Fiorentina ma risicata, sudata. Grazie ad un calcio di rigore trasformato da Cervato, a pochi minuti dal termine. Insomma, la Viola parte bene. Ma senza effetti scenici. Eppure qualcosa è cambiato. Comincia a girare tutto per il verso giusto. Nella Firenze che sogna in grande nel dopoguerra. Zeppa di strani alchimisti e truffatori. “Come la banda dei finti ufficiali di Marina che raggirava le vecchiette”. Arriva la Juventus, i sogni si tramutano in desideri. Finisce 4 a 0. E per i bianconeri di Sandro Pippo, goliardicamente soprannominati i “puppanti”, sarebbe potuta andare anche molto peggio. Viste le numerose occasioni sprecate dai padroni di casa.

All'inizio di dicembre l'Inter si squaglia come neve al sole e la formazione gigliata continua imperterrita ad allungare in testa; tre sono i punti di vantaggio sulle immediate inseguitrici. I quotidiani chiedono a gran voce il ritorno del blocco Fiorentina per le convocazioni della Nazionale. Da quel momento, tranne una mini crisi a gennaio (tre pareggi di fila), la Fiorentina diventa una corazzata insuperabile. Amata, seguita in trasferta. Come gli esodi dei 10 mila a San Siro contro le milanesi. La Viola schiaccia tutto, tutti. È una cavalcata fino al 6 maggio, lo stesso giorno delle elezioni politiche italiane. Vince la Democrazia Cristiana, netta la flessione dei comunisti, l'avanzata dei nenniani. La Fiorentina saluta il pubblico da Campione d'Italia rifilando un sonoro 4 a 1 alla Lazio.

È la realizzazione dell'impossibile. Ma anche l'inizio di episodi divenuti pietre miliari nella definizione di vecchie dinamiche emotive. Forse ancora attuali. Come, si legge nel libro, “il difficile rapporto di Firenze con la Nazionale Italiana. Cominciato il 12 maggio del 1957. Quando a Zagabria gli azzurri, per nove undicesimi giocatori della Viola, vennero sconfitti 6-1. Tutto nacque al rientro dei giocatori in Italia. L'umiliazione subìta contro un avversario politico prima ancora che calcistico (i rapporti erano tesi a causa della questione Foibe) mandò letteralmente su tutte le furie l'opinione pubblica nostrana. E i fiorentini, popolo da sempre passionale, non fecero certo eccezione.

A maggior ragione per il fatto che la squadra rientrò dalla trasferta proprio alla stazione di Santa Maria Novella. Gli stessi calciatori, acclamati poche settimane prima come campioni d'Italia in maglia viola, furono oggetto di fischi e di un fitto lancio d'ortaggi. Fu allora che la federazione optò per un netto cambio strategico che sancì l'addio al blocco gigliato. Ovviamente i fiorentini non apprezzarono il ribaltone deciso dagli ambienti romani della federazione. E così cominciarono progressivamente a disinnamorarsi della Nazionale. Un paradosso, se si pensa al fatto che il centro tecnico degli azzurri è tra le colline toscane nel perimetro di Firenze.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti