Interventi

L’epoca dell’acqua fresca ma … A furor di popolo!

di Salvatore Scuto


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4' di lettura

Se da un lato il ministro annunciava a più riprese una riforma epocale della Giustizia, dall'altro il vicepremier non esitava a bollarla come una riforma all'acqua fresca.

Così le due anime del governo gialloverde non hanno rinunciato ad esercitarsi, sul povero volto della Giustizia, nello sport che più frequentano: una rivisitazione della boxe thailandese che, declinata nell'agone politico, non risparmia colpi sotto e sopra la cintura.

Ne è scaturito l'esito del Consiglio dei ministri di due giorni addietro: nemmeno un compromesso ma una difficile esercitazione nell'arte del non-detto ovvero dell'ossimoro politichese.

Uno spettatore poco attento potrebbe correre il rischio di pensare che l'opposizione della Lega al pessimo disegno riformatore, voluto dal ministro e dai magistrati che nel ministero cercano di dare forma al volere pentastellato, sia stata ispirata da un autentico spirito garantista ovvero dalla volontà di rispettare il disegno costituzionale del processo penale.

Nulla di tutto questo naturalmente al cospetto di quanto prodotto dall'attuale governo nella pur breve e litigiosa sua vita: un pericoloso disegno di trasformazione del processo penale in uno strumento di vendetta sociale.

Una rivisitazione del già conosciuto fenomeno del populismo penale come strumento di moltiplicazione del consenso elettorale, una spregiudicata rincorsa ad ingrossare le percentuali dei sondaggi e degli stessi risultati elettorali che ha consentito, con una vertiginosa escalation, all'uomo forte della maggioranza governativa di sfiorare la soglia del 40%.

Di riforme epocali della Giustizia il Paese ne ha conosciute molteplici: basta ritornare con la mente all'estate del 2014 allorché Renzi annunciò la sua riforma epocale e constatare cosa è poi successo quattro anni dopo con la Riforma Orlando.

Oggi però il richiamo di quell'aggettivazione a fenomeni tali da contrassegnare un periodo storico, rischia di inverarsi pericolosamente in questa deriva autoritaria, noncurante dei precetti costituzionali che fungono da caposaldo della tradizione liberaldemocratica del diritto penale.

Un'analisi lucida e puntuale del fenomeno ce la consegna Ennio Amodio nel suo saggio A furor di popolo – La giustizia vendicativa gialloverde edito per i Saggi di storia e scienze sociali da Donzelli Editore.

Con la rapidità dell'incursore, degna della migliore tradizione dell'instant book, ma con la profondità del palombaro, figlia della migliore riflessione dottrinale, l'Autore ci consegna uno strumento prezioso per ripercorre l'azione del governo gialloverde sul campo del processo e della giustizia penale.

«È una giustizia senza bilancia, figlia di umori e paure, che si muove sotto la spinta della collera e di una insaziabile sete di vendetta» scrive Amodio introducendo la sua analisi che ha come oggetto gli interventi legislativi promossi ed attuati dalla maggioranza governativa.

La nuova legittima difesa (l. n. 36 del 2019) ovvero la vendetta domiciliare, della quale si traccia un assai interessante excursus storico al fine di contrastare efficacemente i tentativi di ricondurre la nuova frontiera di questa forma di vendetta domestica alla nostra tradizione giuridica.

Il furore punitivo incarnatosi nell'abolizione della prescrizione con la legge n. 3 del 2019 propagandata come la Spazzacorrotti e mai terminologia fu più appropriata per esprimere il più autentico spirito del Legislatore.

La riscoperta del carcere come irrinunciabile garanzia della sicurezza collettiva ed il nuovo disegno dell'esecuzione penale dei decreti n. 123 e 124 del 2019, che l'Autore qualifica con efficacia come gattopardesco, sottolineando lo sforzo di coniugare lo spirito populista con l'ideologia che contraddistingueva la legge delega della maggioranza di centro-sinistra, con i quali si è di fatto svuotata la carica innovativa della riforma Orlando e si è messo al centro dell'orizzonte penitenziario solo ed esclusivamente il carcere.

È, quella di Amodio, una riflessione che rapisce e sgomenta per la lucidità con la quale si viviseziona il fenomeno del nuovo populismo penale, mettendone a nudo le sue più intime dinamiche e per il pericolo che si riconnette all'ideologia riformatrice (ma verrebbe da dire restauratrice) gialloverde.

Ad esser chiamata a pagarne una parte del costo che ne deriva, è la stessa magistratura, oggi attraversata da una crisi profonda dagli esiti ancora in itinere.

Vi è infatti «una intrinseca diffidenza verso le istituzioni giudiziarie ed una conseguente resistenza a concedere un'ampia delega a magistrati e polizia per la difesa della società dal delitto. Insomma il populismo non ama le toghe e cerca di restringere l'ambito dei loro poteri temendo la deriva verso una giustizia ingessata da schemi operativi troppo tecnici e comunque incline al buonismo nei confronti della criminalità che deve invece essere combattuta con lo spirito del tempo di guerra».

Così Amodio con parole che sono il precipitato di una riflessione su di un fenomeno che trova una sua efficace espressione nelle parole del ministro Bonafede:

«Quando si parla di giustizia pensiamo che i nostri riferimenti possono essere i giudici o gli avvocati, ma in realtà i veri giudici della giustizia sono i cittadini».

Una concezione della piattaforma rousseauiana circa la indivisibilità della volontà popolare come se l'urgenza del nuovo processo penale sia imperniata sull'idea di un processo reso eterno dall'abolizione della prescrizione e costruito intorno alla presunzione di colpevolezza.

Ovvio, allora, che le toghe ed in genere le istituzioni giudiziarie, per non parlare della funzione e del ruolo dell'avvocatura, siano viste con diffidenza e come veri ostacoli per l'attuazione di quel progetto.

Resta da chiedersi come mai quel dispositivo di idee e di norme assai delicato, che attraverso una elaborazione secolare ha prodotto la cultura del processo si stia pericolosamente sgretolando.

Un fenomeno che sta trasformando il processo penale da dispositivo liberale di tutela delle libertà democratiche di ogni cittadino in una macchina repressiva che guadagna consenso solo se produce cautele carcerarie e pene severe.

Sembra essere il tempo di Filocleone che nelle Vespe di Aristofane viveva nell'ossessione dei processi e di giudici smaniosi di conficcare il proprio pungiglione nella carne di un imputato purchessia.

Mentre c'è da sperare che il percorso che ha portato Eschilo dalle Coefere all'Eumenidi, dalla vendetta alla giustizia, non sia stato vano.

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