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L’epopea dell’Hellas Verona, che mise al tappeto Rivera, Maradona e Sacchi

di Giulio Peroni

Osvaldo Bagnoli portato in trionfo dai giocatori del Verona dopo la conquista dello storico scudetto (Olycom)

4' di lettura

Quando Verona era il Verona, l’Italia rideva con «I Gatti di Vicolo Miracoli», il Bentegodi era un fortino e Giulietta era più famosa di una fotomodella. Erano gli anni 80, quelli dell’edonismo reaganiano, del sorriso che attraversava paninari e nuova borghesia. Nell’Italia dei sogni in grande, delle favole di provincia .A quei tempi la città scaligera faceva tendenza. L’Hellas Verona era l’ombelico del calcio nostrano, del «tutto è possibile», della storia costruita con passione, intelletto e pochi denari. Il Verona che vinse, che mise al tappeto l’Inter di Rummenigge e il Napoli di Maradona, entrò nell’epica, sfondò le gerarchie del calcio, divenne poesia, presenza perenne nei muri dei ristoranti, nei vicoli dietro a via Rosa.

Era il 12 maggio del 1985, il pareggio con l’Atalanta a Bergamo (1-1) bastò ad assegnare lo storico scudetto della stagione 84-85, quello di Osvaldo Bagnoli in panca, di Pietro Fanna sulla fascia e “Nanu” Galderisi come un falco in area. Fu la rivalsa dei «meno potentati», dello scudetto in provincia, ad oltre sessant’anni dalle vittorie della Pro Vercelli, dopo il successo del 1969-1970 del Cagliari di Gigi Riva. Verona piazzò la (meravigliosa) ciliegina a tre anni dalla promozione in seria A, ma il titolo non fu casuale, era nelle corde del presidente Celestino Guidotti. Il gruppo con Tricella- Marangon- Briegel dietro, Di Gennaro-Volpati in mezzo e la coppia Elkjaer- Galderisi davanti, era solido, creativo, un meccanismo vero, non improvvisato. Un ensemble irripetibile, ma tutta la storia dell'Hellas, oggi fresca di ritorno in serie A, è pregna di sapori, ingredienti, attori protagonisti che accompagnano questo club dall’inizio del ‘900.

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L’annata del trionfo certo, ma anche l’«era Zigoni», dei cursori che ammaliavano il Bentegodi per la regia di Angelo Piccioli, e quella “maledetta” domenica 20 maggio 1973 che doveva davvero essere la festa del Milan di Rocco, arrabbiato per alcune decisioni arbitrali, stravolto per la finale di coppa Coppe contro il Leeds, a cui bastava un punto per lo scudetto, e invece crollò (5-3) sotto i colpi del Verona di Giancarlo Cadè. Per tutti, per sempre, divenne la «fatal Verona», peraltro bissata nella disfatta del Milan di Sacchi e degli “invincibili” nel 22 aprile 90 (0-1), scavalcato in extremis dal Napoli di Maradona nello scudetto pre-mondiali.

Questo ed altro, insieme ad oltre cento anni di storia, è raccontato da Diego Alverà nel libro «Verona Story- emozioni gialloblu dal 1903 ad oggi» (edizioni Della Sera), opera che ripercorre il cammino dell’Hellas, dei personaggi qui sbocciati (Damiano Tommasi) o qui rinati (Luca Toni), non ancora ai giorni dell’ultimo (fuggiasco) Cassano. Il Verona delle mille facce da incontrare in piazza Bra, sul Lungoadige, come quella di Pietro (Pierino) Fanna da Moimacco, provincia di Udine. Nel giro di otto stagioni l'ala di Osvaldo Bagnoli ha infatti percorso e costruito l’apice più alto di una storia centenaria coincisa con la conquista di un romanticoe incredibile scudetto e, qualche anno più avanti, ha attraversato uno dei momenti più critici, culminato con il dissesto societario e la retrocessione nella serie cadetta. Rimanendo però, sempre e comunque, una bandiera che ha continuato a sventolare, anche quando il vento si è fermato.

Perché “Pierino” in campo- si legge nel libro- era abituato a sfidare l'aria più di un pilota automobilistico. Per questo a Verona lo chiamavano “Turbo”. Merito dei settanta metri abbondanti che aveva nelle gambe, che liberava al cospetto dei difensori avversari, seminando il panico sul fronte offensivo. Fu questa sua specialità a trasformarlo in una delle pedine più importanti dello schieramento tattico del Verona di Bagnoli, e a farne un indiscusso protagonista di un magico decennio. Il calcio di Pietro era ancora incantato. «Da ragazzino tifavo Mazzola. Mi ricordo ancora quando lo vedevo puntare l’uomo dal pallido bianco e nero delle due televisioni del mio paesino di montagna nelle notti europee della Grande Inter. Lo scorgevo correre in punta di piedi, così esile, rapido e tecnico e pensavo a come emularlo».

Anni dopo fu la volta di Luca Toni, dalla provincia di Modena. Il primo “veronese” a vincere la classifica dei marcatori (22 reti, come Icardi), nel 2015. Con il titolo di capocannoniere, il secondo dopo quello del 2006 con la casacca della Fiorentina, Toni strappò a Dario Hubner il record di re dei marcatori più anziano: il bomber del Piacenza ci riuscì a 35 anni, l’attaccante del Verona addirittura a 38. Nessun attaccante gialloblu, dunque, aveva mai conquistato il titolodi capocannoniere. Ci sono voluti quarantaduemila giorni perché questa casella venisse riempita. Per colmare questo buco la storia ha atteso paziente. Serviva un calciatore speciale- è scritto nel testo- un campione vecchio stampo, qualcuno in grado di dare confidenza all'altezza e alla dimensione verticale. Serviva qualcuno che avesse allenato il fiuto del gol da una prospettiva aerea e leggera, che fosse salito in alto sino a scalare tutti i gradini del podio.

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