Opinioni

L’equilibrio tra banche grandi e piccole che fa bene al sistema

di Marco Onado

(AdobeStock)

3' di lettura

Non sono tempi in cui è facile proporre l’America come modello, ma è bene guardare con attenzione a quello che sta succedendo al sistema bancario d’oltreoceano, quello che ha la responsabilità di aver contribuito più di ogni altro a scatenare la Grande crisi finanziaria. Tre dati bastano per far sgranare gli occhi a chi sa quanto delicata sia la situazione in Europa: in America, le banche problematiche sono ormai una componente marginale; i tassi di profitto sono a livelli record; le banche locali sono piccole sì, ma attive ed efficienti e si sono dimostrate un elemento fondamentale nel sostenere famiglie e imprese durante l’epidemia. I tre aspetti sono strettamente collegati fra loro e non sono affatto una novità nella politica americana, a cominciare proprio dall’importanza delle banche di territorio. Anzi si può dire che l’eccessivo peso attribuito dalla politica alle grandi banche globali sia stata una causa non marginale della crisi.

Le autorità americane sono da sempre convinte che un sistema bancario efficiente debba basarsi sull’equilibrio fra alcune banche di grandi dimensioni e un numero consistente di banche di piccole dimensioni (la definizione di community banks prevede un totale attivo inferiore a 10 miliardi di dollari). La Fed e il Fdic (l’ente federale di assicurazione dei depositi) dedicano ad esse attenzione, attività di ricerca e si preoccupano di non creare costi regolamentari eccessivi. L’effetto netto è un settore molto vivace ed efficiente anche nel corso della pandemia: le community banks che hanno il 15% degli impieghi complessivi, hanno trattato quasi due terzi delle richieste del programma per mantenere l’occupazione nelle piccole e medie imprese. Anche nel mondo di Internet e del lockdown si è dimostrato che essere fisicamente vicini a una banca conta, eccome. La differenza fondamentale fra America e Europa è sintetizzata dai tassi di profitto. Nel 2020 il rendimento dell’attivo (Roa, Return on assets) americano era di 0,72% (più di 5 volte l’Europa; nel 2019 era 3,5 volte). Le banche europee non si sono mai riprese dalla doppia crisi che le ha colpite fra il 2008 e il 2012 e con una redditività di base ai minimi storici fanno molta fatica a remunerare il capitale: nel 2020 il Roe (Return on equity) aggregato si fermava a un misero 1,9% ed era al 5,1 l’anno precedente (negli Usa 6,85 e 11,38%).

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Le condizioni rimangono fortemente differenziate all’interno dei vari Paesi europei e due elementi erano ben chiari prima della crisi: i valori più bassi di redditività erano segnati dalla Germania e dalle banche di grandi dimensioni. Contrariamente ad una facile (e consolatoria) tesi, il problema europeo non sta nelle banche piccole. Certo, molte di esse sono inefficienti, ma non è risolvendo questo problema che potremo dire di aver raggiunto condizioni paragonabili a quelle americane. Il problema sono le grandi banche che non hanno ancora metabolizzato gli effetti della crisi: in particolare i giganti tedeschi che si erano illusi di competere con quelli di Wall Street, ma hanno collezionato solo sconfitte, perdite e sanzioni salatissime. Ma non va dimenticato che nel nostro caso pesa l’eredità del dissesto del Monte dei Paschi, cioè di una banca che ha sperperato un patrimonio secolare di tradizione, solidità e redditività. I luoghi comuni su un’Europa al servizio delle banche e sull’egemonia tedesca escono in un certo senso con le ossa rotte. La verità è che gli interessi nazionali continuano ad essere prevalenti e creano veti incrociati che impediscono di pensare ad una vera politica bancaria europea. La Germania difende a spada tratta sia i giganti malati, sia una pletora di piccole e medie banche, che svolgono sì una funzione fondamentale ma in cui si annidano molti elementi di inefficienza (in Europa ci sono quasi 1500 banche con totale attivo sotto i 500 milioni di euro, in gran parte in Germania). Anche in campo bancario l’Europa dimostra di non essere in grado di esprimere un vero disegno transnazionale coerente per avere un sistema bancario efficiente e basato su un’armonica divisione del lavoro fra banche di dimensioni globali e banche locali prossime al territorio e alle imprese. È un dato di fatto che il finanziamento bancario è per tutto il vecchio continente la fonte principale per famiglie e imprese e che la struttura produttiva è basata su piccole e medie imprese sparse per il territorio. Soprattutto l’Italia, Paese che giustamente si vanta dei suoi distretti industriali e del suo “quarto capitalismo” dovrebbe essere particolarmente sensibile a valorizzare il segmento delle banche di territorio. Ma è un errore affidare la responsabilità della ricerca dell’assetto bancario più efficiente solo a Francoforte, cioè alla vigilanza europea e ai suoi effetti a cascata sui sistemi nazionali. È Bruxelles, cioè la politica che deve dare segnali chiari e forti. L’Europa del dopo Covid si merita un sistema bancario finalmente omogeneo e solido.

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