Opinioni

L’equilibrio post pandemia va raggiunto con un nuovo modello economico

di Leonardo Becchetti

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5' di lettura

I modelli di equilibrio economico generale sono il cuore della teoria economica e il quadro teorico di riferimento per le previsioni degli scenari dei principali centri di ricerca. Le urgenze di oggi (pandemie, riscaldamento globale) suggeriscono di aggiornare alcune delle loro ipotesi di base che oggi appaiono obsolete.

Nel modello di equilibrio economico generale tradizionale, i consumatori massimizzano la loro utilità soddisfacendo le loro preferenze attraverso la domanda di beni e servizi. L’utilità dei consumatori è costruita generalmente secondo il principio di “autointeresse miope” per il quale si è più felici se aumentano le dotazioni monetarie o la quantità di beni e servizi consumati. Dall’altro lato del mercato c’è una moltitudine di piccoli produttori con la medesima struttura di preferenze che massimizzano il profitto e decidono quanto capitale e lavoro utilizzare per produrre i beni e servizi richiesti dai consumatori.

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Il “miracolo” di questo modello è che una somma di interessi “egoistici” (quelli dei consumatori e dei produttori) si trasforma in benessere per la collettività attraverso il principio della concorrenza sui mercati (la mano invisibile): i produttori per poter conquistare quote di mercato devono competere sui prezzi a parità di qualità e alla fine in equilibrio gli extraprofitti (ciò che resta dopo aver pagato i fattori della produzione) scompaiono. In questa versione estrema del modello basta seguire i propri istinti e non c’è bisogno di preoccuparsi di fare del bene perché ci penserà il mercato a rimettere tutto in ordine. Se Hobbes aveva bisogno di uno Stato Leviatano per evitare la guerra civile tra gli homo homini lupus, Smith è più ottimista e pensa che la mano invisibile basti.

Questa versione del modello è solo un archetipo di riferimento che lascia necessariamente il campo a un approccio più realista. In molti mercati dal lato dell’offerta si formano infatti monopoli e oligopoli, esistono beni pubblici che il mercato non ha interesse a produrre in modo ottimale (tra di essi salute, sicurezza, istruzione, conoscenza) ed esternalità che le azioni di consumatori e produttori possono generare. Per tutti questi motivi l’equilibrio spontaneo dei mercati non coincide più con l’ottimo socialmente desiderabile. Appare a questo punto un deus ex machina (il pianificatore benevolente che ha a cuore il benessere sociale e dispone di tutte le informazioni e il potere necessari per risolvere il problema) che attraverso tasse o regolamenti riporta il sistema verso l’ottimo socialmente desiderabile.

La storia passata, e ancor più quella recente della pandemia, ci insegna che il lieto fine previsto da questi modelli non si verifica. I pianificatori benevolenti non esistono e al loro posto i responsabili delle istituzioni spesso hanno obiettivi personali che non coincidono con quelli socialmente desiderabili, oppure non hanno le informazioni e il potere necessari per portare il sistema all’equilibrio. L’emergenza pandemica e il riscaldamento climatico sono due mali pubblici globali che ci fanno comprendere come siamo ormai un’unica comunità dove tutto è interconnesso e rendono ancor più vive e drammatiche interdipendenze ed esternalità negative perché bastano comportamenti sbagliati di uno o più attori per produrre danni a tutti gli altri.

Lentamente comincia a emergere un nuovo modello di equilibrio economico generale che supera alcune delle assunzioni del modello precedente, partendo dal fatto che i dati empirici suggeriscono che una quota rilevante di consumatori e produttori (resa sempre più sensibile dalle sfide e dalle urgenze che stiamo vivendo) non è “miopemente autointeressata”. Gli esperimenti di economia comportamentale suggeriscono che le persone sono caratterizzate, oltre che dal desiderio di massimizzare i propri risultati personali, da generosità e dono, reciprocità e avversione alla diseguaglianza. E scoprono che le virtù sociali, ancorché faticose e non scontate, aumentano non solo soddisfazione e senso di vita, ma anche fertilità e successo economico e sociale. La realtà dei fatti suggerisce inoltre che molti produttori hanno un’ambizione superiore a quella di massimizzare il profitto che consiste nell’affiancarvi l’obiettivo di un impatto sociale e ambientale che può conquistare la gratitudine dei propri concittadini. Quest’economia fatta di consumatori e produttori differenti sta crescendo sempre di più nel voto col portafoglio dei consumi e dei risparmi responsabili e nella proliferazione di organizzazioni sociali e produttive che non hanno come obiettivo unico il massimo profitto (cooperative sociali, fondazioni di comunità, benefit corporation, banche etiche e cooperative, fondi etici, imprese che sinceramente praticano la responsabilità sociale d’impresa, imprese sociali per citare solo alcune delle molteplici forme giuridiche in cui la nuova sostanza si esprime). La crescita della nuova economia aumenta anche il coraggio delle istituzioni nel fare scelte politiche verso il bene comune. I politici sono infatti fortemente condizionati dalle lobby imprenditoriali e dai sondaggi quotidiani sulle preferenze politiche degli elettori. Man mano che i nuovi consumatori e i nuovi produttori si espandono, la spinta dal basso a cambiare le regole cresce. E dunque anche il voto col portafoglio pubblico (il 20% circa degli acquisti di beni e servizi sui mercati è fatto di appalti pubblici) inizia ad adottare regole che segnano il passaggio dal concetto del massimo ribasso a quello dei criteri minimi sociali e ambientali fino a introdurre il principio di generatività negli appalti. Nel frattempo, in un mondo globalmente integrato, le aree dove la nuova economia si espande maggiormente imparano a “proteggersi” dalla minaccia della delocalizzazione e dal dumping sociale e ambientale di aziende che cercano luoghi di produzione dove costi del lavoro, ambientali e fiscali sono maggiori attraverso “meccanismi di aggiustamento alla frontiera” (border adjustment mechanisms). In questo modo chi vende da Paesi terzi non rispettando gli standard sociali, ambientali e fiscali dell’area del mondo “più illuminata” paga la differenza di costo alla frontiera.

Il nuovo modello di equilibrio economico generale che sta emergendo oggi dunque modifica e integra quello precedente superando ipotesi limitanti (ed errate) e anche lo scacco nella capacità di risolvere i problemi. Si parte dal riconoscimento di un’antropologia diversa che spiega la presenza di consumatori e produttori responsabili e dal ruolo di stimolo che il voto col portafoglio dei primi può generare sulle istituzioni, aiutandole a superare i loro limiti e portando il sistema all’equilibrio socialmente desiderabile.

I difetti del vecchio modello (un’antropologia negativa e non coincidente con la realtà dei fatti e un eccesso di ottimismo sul ruolo e il potere delle istituzioni) vengono superati da un sistema più generativo ed equilibrato dove tutti gli attori del sistema (consumatori, produttori e istituzioni) all’interno di un’economia di mercato danno il loro contributo e consentono di affrontare e risolvere le sfide dei mali pubblici globali.

Il simbolo del nuovo modello di equilibrio economico generale non è più la mano invisibile (un meccanismo provvidenziale che rimette tutto a posto indipendentemente da noi) ma biciclette-tandem con tanti pedalatori (un meccanismo provvidenziale che funziona e moltiplica le nostre energie se pedaliamo insieme). Non è il battito di ali di una farfalla, ma il voto col portafoglio la leva che oggi può cambiare e sta iniziando a cambiare il mondo.

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