Le Lettere

L’era della post-verità rilancia il valore della libera informazione

di Gianfranco Fabi

2' di lettura

Caro Fabi, mi sembra che si stiano sottovalutando i pericoli che possono scaturire da un’informazione distorta, falsa, inventata per sostenere tesi particolari. Anche lei, nel rispondere a un lettore sul Sole 24 Ore del 21 febbraio ha affermato che «regole, sanzioni, censure, tribunali non sono certo una via praticabile». La strada che suggerisce, quella della cultura della responsabilità, mi sembra altrettanto generica quanto, mi permetta, inconcludente. Perché non sanzionare chi afferma il falso, perché non rafforzare le leggi che puniscono la diffamazione, perché non istituire una commissione che vagli le informazioni? Avremmo bisogno di chiarezza e di trasparenza. Invece siamo sempre più invasi da messaggi che fanno leva sull’emotività e sulle soluzioni facili. Soluzioni che nascondo i veri costi a medio termine di certe scelte. E la comunicazione via web amplifica la possibilità di mistificare la realtà.

Amedeo Lunghi

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Napoli

Gentile Lunghi, l’articolo 21 della Costituzione afferma con estrema chiarezza «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Quando è stata approvata la nostra carta fondamentale Internet non esisteva ancora, ma quel riferimento a «ogni altro mezzo di diffusione» comprende sicuramente anche tutte le nuove forme di comunicazione. Non mancano peraltro le leggi che puniscono chi si rende colpevole di ingiuria, diffamazione, calunnia.

La libertà di pensiero e di parola è troppo importante in un sistema democratico per iniziare a costruire anche una piccola barriera. Come ha scritto Luigi Einaudi: «La libertà di cui parlo non è quella della coscienza individuale la quale vive anche nelle galere e nei campi di concentramento e fa gli eroi e i martiri; ma è la libertà pratica dell’uomo comune, dell’italiano medio di esporre pubblicamente, senza timore, il proprio pensiero e di difenderlo contro gli avversari; la libertà delle minoranze di far propaganda contro la maggioranza e di cercare di diventare maggioranza;(…) la libertà di dir corna del prossimo e del governo e massimamente di questo, nei giornali e sulle piazze; salvo a pagare il fio, con adeguate pene in denaro o in anni di carcere, delle proprie calunnie ed ingiurie».

Durante il fascismo il ministero della Cultura popolare (noto come Minculpop) diramava ogni giorno precise direttive su che cosa la stampa dovevano pubblicare o non pubblicare. E nei casi che il regime considerava più delicati vi era una censura preventiva che costringeva i giornali a uscire con larghi spazi bianchi. La televisione non esisteva, ma la radio e l’agenzia nazionale Stefani (divenuta nel dopoguerra Ansa) erano direttamente controllate dal Governo. Perché la censura era la base su cui costruire una propaganda sempre più pervasiva per convincere i cittadini della validità delle scelte del regime. Censura e propaganda erano due facce della stessa medaglia che mi sembra sia auspicabile che rimangano nei libri di storia. E anche nell’era della post-verità mi sembra molto pericoloso immaginare che possano tornare di attualità. La libera informazione è un bene da difendere, anche se qualcuno se ne approfitta.

g.fabi@ilsole24ore.com

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