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L’eredità di Draghi contro il populismo

Il difficile compito di Christine Lagarde alla presidenza della Bce, che dovrà riuscire a far tesoro dell’esperienza del suo predecessore aggiornandola alle nuove sfide di una realtà economica in costante trasformazione

di Sergio Fabbrini

Inizia l'era Lagarde alla Bce, sulla scia di Draghi

4' di lettura

Christine Lagarde ha appena iniziato la sua presidenza della Banca centrale europea (Bce). Avrà un compito difficile. La realtà economica cambia in continuazione e lei dovrà rispondere alle nuove sfide senza ricorrere a precedenti ricette. Così fece Mario Draghi, che ha governato la Bce ricorrendo ad un metodo basato sulla combinazione (ha detto nella sua lectio all’Università Cattolica di Milano il 12 ottobre) di competenza tecnica, coraggio decisionale e umiltà intellettuale. A prescindere dalle sue intenzioni, con quel metodo Draghi ha salvato l’euro, ma ha anche contrastato i populismi che hanno assediato l’Eurozona. Di qui, la sua duplice legacy politica.

In primo luogo, Draghi ha contrastato il populismo, personificando la legittimazione delle élite, nello specifico di quelle tecniche. Alla base del populismo vi è il rifiuto delle élite, considerate corrotte e incompetenti, e l’esaltazione del popolo, concepito come un’entità intimamente sana. In quel rifiuto sono confluiti molti fattori, come l’insicurezza economica, la diffusione delle diseguaglianze, il declino del proprio status sociale, la nostalgia per un passato mitizzato.

Tuttavia, un fattore che ha contribuito a fare esplodere il populismo è consistito nella percepita inadeguatezza di chi aveva posizioni di comando. In particolare, nei Paesi più colpiti dalle crisi. Se chi comanda è “uno di noi”, allora ognuno di noi può prenderne il posto (pensando di fare meglio).

L’inadeguatezza delle élite al potere ha così giustificato la loro sostituzione con nuove élite (che si sono poi dimostrate peggiori di quelle precedenti). Nel caso di Draghi, la critica populista non ha funzionato. Tant’è che è stato criticato dall’interno dell’establishment economico-finanziario, piuttosto che dal suo esterno.

Qualcuno ci ha provato (come Matteo Salvini), sostenendo che le sue scelte non erano legittime perché nessuno l’aveva mai eletto, ma ha dovuto ben presto ritirarsi in buon ordine. Per criticarlo, occorreva salire al suo livello intellettuale e personale, possibilità preclusa ai professionisti della campagna elettorale permanente. È stata la legittimità personale di Draghi che ha reso la Bce un’istituzione rispettata, proteggendola dai venti del populismo.

In secondo luogo, Draghi ha contrastato il populismo riconoscendo i limiti strutturali della istituzione che ha governato. Sono stati quei limiti che hanno alimentato i sentimenti di insoddisfazione e di disagio tra molti cittadini europei (in particolare dei Paesi del sud).

Draghi: "E' il momento di avere più Europa, che sia più forte"

Contrariamente ai difensori del “reale è razionale”, Draghi ha insistito a sostenere che il reale è tutt'altro che razionale. Se i conservatori (come i governatori delle banche centrali della Germania, dei Paesi Bassi, dell’Austria e persino della Francia) continuano ad assegnare le responsabilità del disagio agli stessi cittadini disagiati, Draghi ha invece ricondotto quel disagio alle basi contradditorie dell’Eurozona. È il compromesso di Maastricht che non ha funzionato come ci si aspettava. Nel 1992 si pensò di costruire un’Eurozona basata su un’unica politica monetaria e molteplici (oggi, diciannove) politiche fiscali e di bilancio. Con l’assunzione che, queste ultime, sarebbero evolute verso una reciproca convergenza, per via dei meccanismi vincolanti introdotti con il successivo Patto di stabilità e crescita.

La crisi dell’attuale decennio ha dimostrato invece che quella convergenza non è scontata, in particolare quando in gioco vi sono politiche che hanno effetti redistributivi (che avvantaggiano alcuni e danneggiano altri). Effetti difficilmente contrastabili attraverso il coordinamento tra i governi, coordinamento che al contrario esalta l’asimmetria di potere tra questi ultimi. È evidente che tale asimmetria ha favorito i Paesi più forti economicamente (la Germania e la cosiddetta lega anseatica dei Paesi del nord), a danno di quelli più deboli economicamente (i Paesi del sud dell’Europa). Tant’ è che il disagio sociale, che ha alimentato i movimenti populisti, è esploso in questi ultimi, anche se ora comincia a trasferirsi pure ai Paesi del nord. Per questo motivo, Draghi ha continuato ad insistere (fino all’ultimo suo intervento, in qualità di presidente della Bce, lunedì scorso) che l’Eurozona ha bisogno di un suo bilancio, da utilizzare sia in funzione anticiclica che per promuovere la crescita (attraverso investimenti per infrastrutture e per la conversione ambientale e digitale). Dunque, l’attuale modello di governance economica adottato nell’Eurozona non è l’unico possibile. Vi è almeno un altro modello alternativo, quello basato sulla relativa indipendenza finanziaria del centro dell’Eurozona dagli stati membri (e dai loro trasferimenti finanziari) che la costituiscono.

Naturalmente, il passaggio a questo secondo modello richiederà tempo. Come ha detto lo stesso Draghi nella sua lectio alla Università Cattolica di Milano, negli Stati Uniti «il bilancio federale ha assunto un vero ruolo solo negli anni Trenta del secolo scorso. Oggi pochi penserebbero di ritornare indietro». Vi è quindi un’alternativa alla posizione (interessata) di chi continua a contrapporre la riduzione dei rischi (nei Paesi del sud) alla condivisione degli stessi (da parte dei Paesi del nord). Naturalmente, un bilancio federale dell’Eurozona non è una garanzia che venga utilizzato per politiche che riducano il malessere sociale che ha alimentato il populismo. Tuttavia, senza quel bilancio, tali politiche non potrebbero neppure essere concepite.

Insomma, Mario Draghi ha consegnato a Christine Lagarde un’istituzione consapevole e un metodo di leadership per governarla. Quest’ultimo ricorda le lezioni, tenute nel 1919 dal sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), sulla scienza e la politica come professioni. Il leader, disse Weber in quell’occasione, deve essere preparato a fare i conti, quando decide un particolare corso di azione, «con le conoscenze conosciute così come con le conosciute non-conoscenze». E, nell’intraprendere quel corso d’azione, deve sentire, «con il cuore e con l’anima», il senso di responsabilità per le conseguenze delle scelte che sta prendendo, non già rifugiarsi dietro alle sue buone intenzioni. Buone élite sono necessarie (anche se non sufficienti) per contrastare la cattiva politica.

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