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L’eredità di Tria: un piano di tagli da 6-7 miliardi

L’ex ministro dell’Economia si toglie qualche sassolino dalla scarpa in un bilancio di governo positivo. Torna sulla lettera di accompagnamento alla manovra correttiva inviata a luglio a Bruxelles per evitare la procedura di infrazione imminente. «Fu contestata - dice - ma io quella lettera l’avevo letta al mattino integralmente al presidente del consiglio e ai due vice»

di Giorgio Santilli


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4' di lettura

«Rifarei certamente il ministro dell’Economia. Lo rifarei meglio oggi, con l’esperienza maturata perché mi rendo conto che all’inizio ero un principiante in un governo di principianti». Giovanni Tria parla a lungo, intervistato dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, al Cortile di Francesco ad Assisi, e rivela di aver lasciato al ministero tagli di spesa già pronti per 6-7 miliardi da inserire nella prossima manovra.

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Si toglie qualche sassolino dalla scarpa in un bilancio di governo positivo. Torna sulla lettera di accompagnamento alla manovra correttiva inviata a luglio a Bruxelles per evitare la procedura di infrazione imminente. «Fu contestata - dice - ma io quella lettera l’avevo letta al mattino integralmente al presidente del consiglio e ai due vice». E torna sul Def approvato ad aprile. «C’era scritto che sarebbe aumentata l’Iva a meno che non si fossero trovate le coperture. Tutti dissero di essere contrari all’aumento dell’Iva ma poi approvarono». Per la prima volta - ricorda Tria - non si fece una conferenza stampa dopo il Cdm. Fu Salvini, «che sa essere spiritoso, a dire niente conferenza stampa perché se arriva Tria con la faccia di Crozza è un disastro».

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Tria non lesina particolari della manovra che aveva predisposto al Mef a luglio. Nel suo schema c’erano già pronti tagli di spesa «piccoli ma ben distribuiti» per un totale di 6-7 miliardi «tra cui - dice - avrei messo il fondo per la sanità che l’anno prossimo cresce di 2,5 miliardi e non mi pare un dramma se aumenta solo di due miliardi». Nella manovra, che comunque beneficia della correzione di luglio per 8 miliardi, avrebbe aumentato l’Iva per 7-8 miliardi, «perché non avrebbe avuto effetti pesanti e avrebbe consentito di ridurre il peso fiscale sull’Irpef». Si rivolge a Salvini dicendo che aprire la crisi politica è stata un errore perché lui la Flat tax l’avrebbe fatta, «intesa come riduzione delle aliquote Irpef e del peso fiscale sul ceto medio».

Dalla platea le domande del pubblico accreditano l’immagine di un ministro baluardo contro le derive “assistenziali” e antieuropee dei due partiti al governo. Inevitabile la domanda sulle dimissioni di cui tanto volte si è parlato. «In quel momento - risponde Tria - con lo spread schizzato in alto io mi sono trovato per un caso della storia a rappresentare la stabilità per l’Italia e ho pensato sarebbe stato peggio se mi fossi tirato indietro». Aggiunge però che «a conti fatti reddito di cittadinanza e quota 100 sono costati meno degli 80 euro decisi da Renzi a un mese dalle elezioni».

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Poi c’è il dramma italiano degli investimenti che non decollano. «Bene la posizione del nuovo governo che punta alla flessibilità Ue per gli investimenti verdi - dice Tria - ma, senza nessuna polemica, voglio ricordare che il problema non è restringere il campo degli investimenti ammessi alla flessibilità, ma farli partire davvero. A giugno e luglio ho battuto i pugni sul tavolo ricordando che se non corriamo con gli investimenti per cui l’Europa ci ha dato 4 miliardi di flessibilità, il prossimo anno la flessibilità non ce la daranno. Ci sono 87 miliardi di fondi previsti dalle leggi per investimenti e fermi. Ho proposto di mettere mano all’abuso di ufficio che paralizza la burocrazia e mi è stato risposto che bisogna fare un accordo con le Procure». Quanto al codice degli appalti, «in un anno non è successo nulla e sarebbe bastato tornare alla direttiva Ue come ho proposto».

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L’Europa? Sta perdendo peso nella partita globale. «La guerra tecnologica l’ha quasi persa rispetto a Usa e Cina ed è in crisi il modello di sviluppo tedesco puntato tutto sull’export». Servirebbero politiche capaci di aumentare la competitività e la convergenza fra Paesi, una politica industriale e investimenti. «All’Italia serve, più che una politica che ci consenta di fare più investimenti in deficit, una politica espansiva europea in cui tutti spendano di più, portando benefici anche alla nostra economia».

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Gli squilibri globali. L’appello dei manager americani in favore di una economia sostenibile «non è ipocrisia, ma conferma quanto avevo capito da ministro incontrando i grandi capi di fondi che gestiscono trilioni di dollari: chi fa profitti ha bisogno di società stabili, mentre oggi abbiamo una instabilità permanente». A questa instabilità contribuisce non poco la bomba demografica che ha triplicato gli abitanti della terra in settanta anni, da 2,5 miliardi a 7,7, con proiezione verso gli otto. Gli squilibri esasperano le tensioni. «Si è passati dalla guerra commerciale alla guerra per il predominio tecnologico e ora si rischia una guerra valutaria che rimette in discussione il ruolo del dollaro. Di questo passo, se non si accetta la cooperazione come metodo per definire strategie coerenti con i nuovi equilibri globali, se l’Occidente si limita a difendere la posizione di predominio che aveva in passato , il punto di arrivo può anche essere una guerra vera e propria».

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    Giorgio SantilliCapo della redazione romana

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Inglese, francese

    Argomenti: Politica, politica economica, investimenti pubblici, infrastrutture, trasporti, architettura, urbanistica

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