MARGHERITA LOY

L’ereditarietà della sofferenza

«La dinastia dei dolori» è uno struggente romanzo che descrive magistralmente l’effetto valanga generato dalla violenza sulle donne che avranno una discendenza

di Lara Ricci

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«La dinastia dei dolori» è uno struggente romanzo che descrive magistralmente l’effetto valanga generato dalla violenza sulle donne che avranno una discendenza


3' di lettura

Una donna accudisce la figlia di due mesi, ha la febbre alta da giorni. La notte si è confusa col giorno, la gioia col dolore. Il sonno arriva quando non si può dormire. Nulla sarà più come prima. Le sensazioni a fior di pelle che la gravidanza, il parto e l’allattamento portano con sé la trafiggono e la lasciano nuda.

«Da stamattina presto una pioggia fitta inonda la campagna di tristezza e io mi sento come se fossi fuori, senza riparo. Inzuppata e sola. La guardo in silenzio». Si è trasferita in un’altra stanza per lasciare riposare il marito, i cui ritmi non sono cambiati. Con lui finge vada tutto bene.

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La madre, arrivata in Toscana col suo compagno, non ha neppure voluto vedere la nipotina. «Sarai capace di volerle bene?» le aveva chiesto tempo prima e questa frase le rimbomba in mente come una confessione. È il 1993, appena la neonata si addormenta Maria cerca di andare avanti nella traduzione di un libro di Gerald Edelman. Il saggio parla di come l’esperienza del mondo modifichi la struttura cerebrale, e di come tali alterazioni potrebbero passare ai discendenti.

Mentre sale la preoccupazione per la febbre che non scende e aumenta la sensazione di impotenza per non saper calmare rapidamente il pianto della bambina, la donna comincia a pensare a come la vita passata venga illuminata dalla nascita di un figlio.

La narrazione s’inoltra così nella sua infanzia, nella storia della sua famiglia. Non tutti avevano avuto origini agiate: nonna Emma era un’orfana che aveva cresciuto le due sorelle dopo che la madre era morta di parto. Molto devota, quando era scomparsa anche la zia lavandaia, grazie a un prete aveva trovato un lavoro da dattilografa che le consentiva di mantenere tutte e tre. Era la prima donna a essere assunta nella ditta, in un’epoca in cui il lavoro femminile era considerato scandaloso: «a meno che non abbia qualche indecoroso passato da nascondere o qualche idea strana per la testa» sentenzia, denigrandola, la bigotta madre del suo principale, «l’Ingegnere», religiosissimo e represso da 43 anni.

Su di lui la bella giovane - ingenua, pura e carnosa - provoca un effetto dirompente, mentre l’indipendenza economica della ragazza accende la gelosia del fidanzato che la stupra per farla sua, come accadeva spesso allora. L’onore rovinato, il senso di colpa che attanaglia le vittime di abusi sessuali: Emma non ha altra alternativa che sposarlo o andare in convento abbandonando le sorelle nella miseria. L’Ingegnere però, cui la religione e non l’amore detta le regole da seguire, devastato dal desiderio di lei, architetta un atto caritatevole che si rivela essere per lui assai vantaggioso. Le offrirà una via d’uscita all’apparenza dignitosa e pia, portandola tuttavia a compiere il più atroce dei sacrifici. Un trauma che la segnerà per sempre, impedendole di affezionarsi troppo ai figli che avrà dall’Ingegnere e la cui traccia sempre più torbida percorrerà le generazioni.

Nella Dinastia dei dolori Margherita Loy descrive magistralmente l’effetto valanga che genera la violenza sulle donne che avranno una discendenza. Ricostruisce, sullo sfondo di un quadro storico delineato con eleganza e lucidità, l’intensa sofferenza che scorre nelle vene di tante donne italiane cui la società ha fatto violenza. Da Emma (la nonna) a Maria (la nipote), e infine a Rita (la pronipote), quella neonata febbricitante che osservava la madre attanagliata dall’ansia: «Continua a fissarmi: mi sembra una creatura emersa dal sottosuolo, separata da ciò che la circonda da una sostanza gelatinosa».

Ormai cresciuta Rita è una giovane ricercatrice che si occupa di epigenetica, con una tesi proprio su come i traumi modificano i neuroni e come tali alterazioni si trasmettono alle generazioni future. Un tema che, dalla traduzione di Edelman fatta da Maria, resta sottotraccia in tutto il libro, divenendone il discreto filo conduttore.

Dopo che si sarà compiuta la profetica frase del Mestiere di vivere di Pavese che ossessionava Maria - «La cosa più segretamente temuta accade sempre» - sarà Rita a ricostruire la genealogia della sofferenza. Chissà, forse a interromperla (un finale più aperto avrebbe però, secondo noi, giovato allo struggente romanzo).

La dinastia dei dolori

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