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Il paradosso di Trump: vuole Wall Street forte ma i dazi destabilizzano i mercati

I dazi di Trump frenano Wall Street, la svalutazione<br/>pesa sulle aziende cinesi

di Vittorio Carlini


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Un po’ come «desiderare la botte piena e la moglie ubriaca». In questo modo, in alcune sale operative, veniva commentata l’escalation sulle tariffe voluta da Washington contro Pechino. Un rischio per i mercati.

La guerra commerciale

La strategia della Casa Bianca da un lato, anche con il pressing sulla Fed per un più aggressivo taglio dei tassi, punta a sostenere l’economia Usa e soprattutto Wall Street; dall’altro, però, i continui nuovi dazi alle importazioni cinesi, destabilizzando i commerci mondiali, creano sfiducia e spingono al ribasso i listini. Non solo: schiacciano gli stessi profitti aziendali. FacSet ha calcolato che, nel secondo trimestre 2019, gli utili delle società più globali di Wall Street, anche e soprattutto per la “trade war”, sono diminuiti del 13,6%. Un andamento che, sovrastando il rialzo della redditività delle aziende domestiche, ha implicato nel “quarter” il ribasso della redditività complessiva dell’S&P500 rispetto ad un anno prima.

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Insomma: le stesse mosse finalizzate a dare gas ai mercati diventano un rischio per la loro crescita. «A ben vedere - spiega Roni Hamaui, professore di economia monetaria all’Università Cattolica di Milano - il contrasto su quest’impostazione riguarda proprio i dazi». Vale a dire? «Le tariffe doganali sono considerate uno strumento negoziale. Non ci si rende conto, invece, che gli effetti che ne possono derivare sono quelli di un rallentamento dell’economia globale».

Un’ eventualità estremamente pericolosa. «Soprattutto perchè - riprende Hamaui - da un lato ci troviamo in un contesto di politica monetaria ultra espansiva; e dall’altro le manovre in deficit, in particolare negli Stati Uniti, sono state già realizzate». Di conseguenza gli spazi di manovra sono molto limitati. «Se dovesse concretizzarsi la contrazione dell’economia sarebbero guai seri».

Le vendite in Asia

Ma non è solamente questione di dazi e recessione. Altra spada di Damocle è il “sell off” in Asia. Tre giorni fa la People’s Bank of China ha lasciato scivolare lo yuan al di sopra della soglia psicologica dei 7 dollari. Si tratta di una mossa che, secondo diversi esperti, può creare molteplici problemi alla stessa Cina. Svalutare lo yuan rischia in primis di fare male alle aziende del Paese del Dragone. Non va dimenticato, infatti, che molte di queste sono indebitate in dollari. Una situazione in cui, se il biglietto verde si rafforza, rischia di dare fastidio alla loro struttura finanziaria. Non solo. La svalutazione di una moneta, nell’ipotesi sfuggisse di mano, può portare alla fuoriuscita incontrollata di capitali da quel Paese. Così è anche per la Cina.

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Quel colosso asiatico che, peraltro, è alle prese con la rivolta in Hong Kong. Gli investitori, seppure non lo dicano apertamente, tengono ben monitorata l’evoluzione nell’ex colonia britannica. Il timore è che si inneschi un “sell off”, un po’ sulla falsariga di quanto accaduto nel 2015, tale da minare non solo quell’area ma anche i mercati globali. La valutazione, deve essere sottolineato, non è però condivisa da tutti. «Nel 2015 l’incertezza circa lo yuan era notevole - dice Keith Wade, Chief Economist & Strategist di Schroders-.Oggi il quadro è più chiaro» visto che la Banca centrale ha di fatto spiegato le sue mosse. Inoltre nel 2015 l’esposizione valutaria delle imprese «era priva di copertura di cambio e impreparata nei confronti di un deprezzamento della divisa». La situazione adesso è differente, tanto che «non mi aspetto che la storia si ripeta».

BORSA AMERICANA E REDDITITIVITÀ DELLE AZIENDE
BORSA AMERICANA E REDDITITIVITÀ DELLE AZIENDE
BORSA AMERICANA E REDDITITIVITÀ DELLE AZIENDE

Sovranisti e populismi

Fin qui alcune considerazioni riguardo alla “trade war” e alle sue conseguenze. Ci sono tuttavia ulteriori incertezze che, seppure momentaneamente non agli onori delle cronache, continuano a persistere. Così è, ad esempio, per il rischio Italia. Lo spread BTp-Bund, nell’ultima seduta, si è assestato intorno a 205 punti base. Certo: in rialzo sul recente passato ma ancora su livelli accettabili. Questo, tuttavia, non significa che, nell’eventualità di un ulteriore scontro tra Roma e Bruxelles sul nostro debito pubblico, il Belpaese non torni nel mirino degli investitori. Nonostante l’ombrello della Bce «l’Italia - scrive Hsbc in un report - potrebbe di nuovo subire la pressione dei mercati nell’ipotesi si “imbarcasse” in negoziati conflittuali con l’Europa in funzione del budget del 2020».

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