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L’esodo delle magistrate che «cambia» la giustizia

di Donatella Stasio

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(Imagoeconomica)

5' di lettura

L’onda “rosa” della magistratura rischia l’effetto risacca: sembra infatti rifluire verso il mare, come respinta da un ostacolo, lasciando un vuoto che non è solo numerico ma di qualità della giurisdizione. Nell’ultimo biennio, infatti, si è verificato un esodo significativo delle magistrate. Donne che hanno scelto di appendere la toga al chiodo prima dei 70 anni, la deadline stabilita da Renzi a fine 2014 per la pensione, in ossequio al “ricambio generazionale”. Se ne contano ben 56.

In quattro casi la scelta è maturata addirittura tra i 52 e i 59 anni, più spesso (33 casi) tra i 60 e i 65 anni, mentre, per 19 di loro, si colloca tra i 66 e 69 anni. Né, a frenare l’esodo, è servito l’aumento (scontato) delle nomine “rosa” a incarichi direttivi e semidirettivi (rispettivamente il 25% e il 37% del totale, nel biennio); anzi, la prospettiva di una poltrona non sembra attirare particolarmente le donne né invogliarle a restare in servizio, anche quando l’ambìto traguardo è un’aspettativa legittima e concreta.

Sia chiaro: l’esodo non risparmia neanche gli uomini (114 le uscite anticipate, in prevalenza tra i 66 e i 69 anni) ma quello delle donne, pur numericamente inferiore, è complessivamente più significativo, considerati sia la maggiore “anzianità” di servizio dei colleghi uomini sia, soprattutto, il trend della progressiva femminilizzazione di questa categoria professionale nella fase dell’ingresso. Le donne, ammesse in magistratura soltanto nel 1963, oggi già sono il 52% delle toghe in servizio ed aumentano ad ogni concorso. In prospettiva, dunque, è probabile che diventino la stragrande maggioranza. Ecco perché il dato sull’esodo rosa è preoccupante e non va sottovalutato. Racconta molte cose, che impongono una riflessione politica e istituzionale.

Motivazioni personalissime si intrecciano con altre di diversa natura. Anzitutto, la progressiva ed eccessiva burocratizzazione del lavoro, che ha spostato il baricentro dall’attività giurisdizionale a quella amministrativa: l’«ossessione per la produttività», scandita quasi mensilmente da relazioni, rendicontazioni, statistiche, accentua la burocratizzazione del giudice e dei dirigenti a scapito dell’attività giurisdizionale vera e propria.

L’opinabilità delle scelte del Csm, poi, crea sfiducia anche in chi avrebbe in tasca la nomina a un direttivo o semidirettivo: al di là del dato politico di una classe dirigente della magistratura ridisegnata dal Csm per i prossimi 8 anni (4+4) con i 520 incarichi di vertice conferiti per coprire i vuoti creati d’emblée con l’abbassamento dell’età pensionabile (da 75 a 70), la base dei magistrati (composta in gran parte da donne) a stento riconosce le logiche seguite dal Consiglio ora che l’anzianità è diventata un criterio meno stringente.

A ciò si aggiunga l’enorme onere gravante sui capi degli uffici giudiziari sul fronte organizzativo, soprattutto per la carenza cronica di risorse, in particolare umane (mancano circa 9mila cancellieri e 1200 magistrati). Non meno rilevante è la rigidità del sistema di uscita, per l’assenza di meccanismi flessibili di permanenza dei pensionabili o prepensionabili, che consentirebbero invece al servizio pubblico di non privarsi di quelle professionalità ma di utilizzarle, ad esempio, per la formazione, l’organizzazione, il coordinamento delle buone prassi.

Infine, le donne hanno una cultura della carriera e una concezione del potere diverse da quelle tipicamente maschili e ciò contribuisce a rendere meno appetibili i posti direttivi e semidirettivi, determinando così una sorta di esodo anche da quelli. Ma ci sono altri elementi ancora. Come gli oneri che continuano a pesare prevalentemente, se non esclusivamente, sulle donne giunte tra “il non più e il non ancora”: non più (anagraficamente) giovani, ma non ancora (anagraficamente) vecchie, spesso costrette a farsi carico di un welfare familiare indispensabile in mancanza di supporti pubblici.

Donne sposate, divorziate o single; madri di figli non ancora indipendenti o all’inizio di un incerto percorso professionale; a volte già nonne ma ancora figlie, di vecchi genitori da accudire. Professioniste di spessore, indipendenti, che hanno investito in un lavoro che amano e su cui hanno fatto affidamento, quasi mai coinvolte in cordate politiche e che frequentemente si vedono scavalcate da colleghi, certamente stimabili, ma anche “supportati” nell’assegnazione di poltrone e poltroncine.

Donne che non hanno rinunciato a mettersi in gioco, in una vita fatta di rinunce; che hanno dimostrato sul campo valore e competenza ma che sono sfiduciate dalla deriva carrierista e burocratica del mestiere di giudice e perciò preferiscono mettere al riparo la loro dignità professionale, facendo un passo indietro. «Forse nella mia carriera ho pagato qualche prezzo per il fatto di essere donna e per essere arrivata troppo presto rispetto a certi mutamenti culturali nella società e anche nel mondo della magistratura, oltre che per il mio non eccessivo coinvolgimento nell’Anm e nelle attività correntizie», scrive nel Diario di una giudice (Forum, 2016) Gabriella Luccioli, una delle prime otto donne entrate in magistratura nel 1965, fermatasi alla presidenza della prima sezione civile della Cassazione pur avendo tutti i numeri per assurgere al vertice della suprema Corte (prima presidenza), andata in pensione (con altre quattro colleghe) nel 2015, a 75 anni.

«Ma rivendico con orgoglio – continua nel suo Diario – di non aver mai salito le scale di Palazzo dei Marescialli se non per motivi istituzionali e di non aver mai alzato il telefono per chiedere». Un “vezzo” – quello di «non chiedere» – tipico di molte donne (non di tutte, s’intende), che – con buona pace delle percentuali - finisce per penalizzarle nelle loro legittime aspettative. E che - complice la «ripugnanza» per le cosiddette “carriere parallele” avallate dal Csm (la corsa a titoli e titoletti che fanno curriculum) e per la pressione/ossessione della produttività – concorre all’effetto risacca dell’onda.

Come nel caso di Fiorella Pilato, consigliere della Corte d’appello di Cagliari nonché componente togata del Csm nel quadriennio 2006-2010, che ha lasciato la magistratura l’anno scorso, a 66 anni. In una bella lettera di commiato dai colleghi ha spiegato anzitutto il carattere «molto personale» della sua decisione – fare l’esperienza della nonna – ma non senza punte di amarezza per una magistratura che rischia di scivolare nel «peggior carrierismo», allontanandosi così «dalla funzione più alta, quella del giudicare».

«È il momento di aiutare mia figlia – ha scritto Pilato – ora che tocca a lei lavorare tutto il giorno. Non voglio perdere lo spettacolo affascinante di questa piccolina (la nipotina di 5 mesi, ndr) che inizia l’avventura e giorno dopo giorno scopre il mondo e impara ad essere se stessa. Non posso, perché gli anni passano e non ho più le energie per far bene tutto, sacrificare la famiglia a un mestiere che ho amato tanto e che in realtà mi piace ancora molto».

«Vado via – ha poi proseguito – con la piccola civetteria di non aver mai voluto chiedere incarichi direttivi e di aver rinunciato all’unico incarico semidirettivo per cui avevo presentato domanda, il posto ufficiale di presidente della sezione penale che reggo come “facente funzioni” e senza esonero parziale da moltissimi anni». Infine, un’esortazione ai colleghi, che tradisce appunto la sua «ripugnanza» per la deriva carrierista della magistratura. «Non consentite all’ordinamento giudiziario riformato di cambiarvi, non fatevi tentare dal carrierismo innescato dalla rotazione di poltrone e poltroncine più o meno “prestigiose” né terrorizzare da un sistema che punta sulla quantità anziché sulla qualità delle risposte giudiziarie».

Insomma, numeri e motivazioni delle uscite anticipate dal servizio devono essere un campanello d’allarme da non trascurare, perché sono molte le magistrate a pensarla così, al punto da aver già rinunciato a presentare domanda per un posto direttivo o semidirettivo, cui avrebbero diritto. E intenzionate ad andarsene prima del tempo.

Uno spreco di risorse che il Paese non può permettersi; un’emorragia che rischia di depauperare un’istituzione e una funzione essenziali per la tenuta e la crescita democratica. L’ingresso delle donne in magistratura, infatti, non è stato una conquista in funzione della parità (numerica), ma molto di più: ha consentito la creazione di un nuovo modello di giudice, «uomo sociale, partecipe e interprete della società in cui vive», proprio grazie al punto di vista e alla sensibilità di genere portati dalle donne.
Guai a dimenticarsene.

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