PARADOSSI SOVRANISTI

L’estrema destra tedesca boccia il governo Lega-M5S: manovra folle a spese della Germania

di Alberto Magnani


Salvini: sanzioni a Orban? Lega contro, Governo non darà sostegno

4' di lettura

«Manovra folle. Perché dobbiamo pagare noi per gli italiani?». Ad attaccare così il governo Lega-Cinque stelle non è una qualsiasi «burocrate di Bruxelles». Ma Alice Weidel, leader del partito di ultradestra tedesco Alternative für Deutschland: una delle tante sigle del populismo Ue che dovrebbe sostenere l’esecutivo gialloverde, soprattutto nei suoi conflitti con l’apparato comunitario. In un doppio post su Twitter e Facebook, Weidel non ha usato mezzi termini per stroncare «l’orrendo indebitamento italiano. Sono pazzi, questi romani!».

Weidel denuncia il fatto che «sarà la Germania a pagare» per le misure italiane, entrando nel merito della proposta di legge di bilancio («Come si può vendere il concetto che 500mila italiani andranno in pensione, ma che ci saranno anche un reddito di cittadinanza e una flat tax?»). Lo schiaffo più vigoroso, però, è riservato proprio a Salvini: «Quando la Ue ha bocciato la manovra -scrive - il ministro degli Interni Salvini ha borbottato: “Nessuno prenderà un euro dalle tasche degli italiani”. A quanto pare sorvola sul fatto che l’Italia sarebbe finita insolvente senza la flebo dell'Unione europea». D’altronde, la voce di Weidel non è isolata fra le file dei cosiddetti sovranisti. Anzi. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, applaudito dalla Lega per i suoi toni sull’immigrazione, aveva già chiesto a Bruxelles di respingere la proposta di budget italiana. «La Commissione europea deve respingere la manovra italiana - aveva scritto su Twitter - Non siamo disposti a pagare i debiti degli altri Stati».

Il doppio fuoco “amico” su Salvini nasce da una contraddizione in termini allo stesso blocco politico. Gli interessi dei partiti nazionalisti sono destinati, per loro natura, a collidere fra loro, creando frizioni che vanno dal rispetto dei parametri europei alla gestione dei migranti. Non si è mai arrivati a fratture clamorose, anche perché l'intesa non si è evoluta oltre a qualche bilaterale (come quelli fra Italia, Austria e Germania sui migranti) e all'endorsement d'ordinanza per u na fondazione, The Movement, nata dall'ex stratega di Trump Steve Bannon . A giudicare dagli ultimi sviluppi, però, ci sono tutti i presupposti per qualche crepa nel muro che vorrebbe dividere a metà il Vecchio Continente.

Tutti i «conflitti di interesse» fra i nazionalisti europei
L'incompatibilità fra nazionalisti, ovvia a livello teorico, si cala nella pratica quando le forze che difendono «l'interesse del paese» si trovano di fronte all'interesse degli altri governi. «Questo è l'abc della logica politica: i nazionalisti non possono andare d'accordo con altri nazionalisti - dice Nadia Urbinati, politologa alla Columbia University di New York - Magari a livello teorico, ma poi ognuno bada ai suoi interessi». Le dissonanze si manifestano soprattutto quando si parla di gestione dei flussi migratori interni e politiche di bilancio, segnando uno scarto fondamentale fra i populisti del sud Europa (di fatto solo l'Italia) e l'asse che va da Germania e Austria ai cosiddetti paesi di Visegrad, in testa l'Ungheria di Viktor Orbán.

Sul fronte della questione migratoria, i governi sovranisti come l'Austria o l'Ungheria di Orban non hanno mai offerto alcuna forma di solidarietà all'Italia , rifiutando l'impegno di prendere in carico i richiedenti asilo in eccesso nel nostro paese e contestando l'istituzione di un meccanismo di quote per loro ridistribuzione. Roma ha dato man forte al blocco di Visegrad nell'affondare la riforma del regolamento di Dublino, senza ottenere particolari ritorni e infliggendosi un autogol a livello procedurale: un aggiornamento del trattato avrebbe consentito di superare il principio del «paese di primo sbarco», il criterio che impone a paesi come Italia, Grecia e Spagna di assumere la responsabilità di chi arriva sulle proprie coste. La stessa Austria non ha esitato a minacciare la chiusura del Brennero per respingere i flussi “secondari” (interni all'Europa) in movimento dall'Italia. Herst Seehofer, il primo ministro bavarese che ha cercato di spingere a destra la Csu, ha prima flirtato con il governo italiano e poi ribadito la contrarietà più netta a qualsiasi prea in carico di migranti.

Sul fronte del bilancio, però, emerge una frattura anche più evidente. La ricetta del «sovranismo» può declinarsi in maniera molto diversa quando si tirano in ballo i parametri di Maastricht, i capisaldi della contabilità comunitaria (tetto del 3% sul deficit e del 60% sul debito pubblico). Mentre l'Italia rischia il rigetto della sua manovra a causa di un deficit al 2,4% , gli “alleati” sovranisti sposano la linea di Bruxelles. Vienna ha annunciato l'azzeramento del deficit entro il 2019 e non ha mai sposato i toni apertamente euroscettici che dovrebbero caratterizzare l’asse dei «patrioti» in vista del voto di maggio. Per ragioni che vanno dall’opportunità politica agli interessi, appunto, domestici. «In fondo Kurz è abile a intercettare l’aria che tira: dopo aver vinto con toni nazionalisti, ora torna a essere pro-Europa. Lo stesso non si può dire di Salvini - dice Günther Pallaver, politologo in cattedra all’Università di Innsbruck - E poi deve rispondere alle pulsioni dei vari presidenti dei lander (le regioni, ndr), molto forti in Austria. Loro non ne vogliono sapere di avere problemi con l’Europa. Quindi la Lega non fa per loro».

Del resto, neppure i paesi dell'asse orientale (dall'Ungheria alla Polonia) hanno mai fatto cenno di voler forzare la soglia del disavanzo pubblico. Anzi, lo stesso Orbán ha esibito in più occasioni le sue credenziali di affidabilità: negli otto anni del suo mandato, dal 2010 ad oggi, il deficit si è più che dimezzato (dal 5% al 2%), mentre il debito pubblico è sceso di quasi sei punti percentuali (dall'80,5% al 73,6% del 2017). Numeri che svelano una differenza di fondo nell'atteggiamento verso l'Europa: i paesi di Visegrad sono beneficiari netti di fondi europei, con un bilancio in positivo di circa 16 miliardi tra finanziamenti versati e ricevuti a Bruxelles. Non a caso, Orban ha appena espresso il suo endorsement nei riguardi di un candidato estraneo alle logiche delle nuove forze populiste: Manfred Weber, possibile spitzenkandidat del Partito popolare alle europee. In fondo è lo stesso Ppe che accoglie fra le sue file larga parte dei cosiddetti populisti, a partire da Fidesz di Viktor Orbán. Ci sono solo due assenti, per ora: Lega e Cinque stelle.

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