Spirits

170 etichette

L’età dell’oro del gin italiano

di Giambattista Marchetto


3' di lettura

Ai tempi di Dickens il gin era sollievo per i poveri, Francis Scott Fitzgerald sceglie quattro gin Rickey per stemperare l’atmosfera di tensione nel Grande Gatsby, mentre Ian Flaming fa bere a James Bond il Vesper in Casino Royale. La letteratura restituisce una caratteristica peculiare del gin: l’adattabilità ovvero l’identità indefinita. Veloce da produrre e dunque capace di generare cash flow, ma soprattutto flessibile nella lavorazione - l’unico vincolo imposto dai disciplinari è la prevalenza del ginepro tra le botaniche - il distillato sta vivendo una vera e propria età dell’oro.

Sono passati meno di vent’anni da quando la distilleria scozzese William Grant si è inventata l’Hendrick’s con l’innesto tra le botaniche di cetriolo e rosa, ma l’accelerazione è impressionante. La rivoluzione passa anche per la Spagna, dove il consumo ha radici lontane e alcuni ristoranti stellati introducono la Carta dei gin, ma sono soprattutto i produttori britannici a spingere su qualità e varietà. L’Italia per un po’ è rimasta alla finestra, ma ora i produttori di gin stanno recuperando terreno. «Gli italiani arrivano tardi, ma arrivano bene - rimarca Marco Bertoncini del portale ilgin.it - perché ci mettono qualità. E poi la biodiversità a chilometro zero, il regionalismo, l’identità artigiana». Tutti ingredienti vincenti in un universo alla ricerca costante di nuovi mix e nuove essenze per la distillazione.

La fantasia italiana applicata al gin
«Il Belpaese ha scoperto la passione per il gin - continua Bertoncini - perché la flessibilità permette di giocare di fantasia: dai fiori alle fave di cacao, dal tè fino alle olive taggiasche. E poi sono entrati i produttori di grappa». Oggi sono almeno 170 le etichette made in Italy presenti sul mercato e stanno conquistando gli appassionati puntando su qualità e originalità delle ricette. Si va dal Taggiasco ExtraVirGin che coniuga due localismi - l’oliva della Valle Argentina in Liguria e il ginepro dell’alta ValSusa - al nuovissimo Hemp Herb Cannabis Gin che, pur senza Thc e Cbd, incorpora sentori della canapa. Sul fronte Km0 meritano una citazione il Pigskin Pink di Silvio Carta, profumato dal mirto sardo, il Marconi 46 di Poli con i profumi dei boschi veneti e il Gin MÄ centrato sul basilico genovese Dop. E ancora i ricercati gin di Mì&Tì firmati da Rossella e Raffaele Saporiti, declinati con tè e agrumi, ma ora spinti anche all’affinamento in tre legni.

È un unicum per l’utilizzo di fiori freschi edibili il Sister’s Gin alle porte di Venezia, che dentro ogni bottiglia nasconde l’essenza di 50 viole, ma risulta altrettanto affascinante il PhD (nato in seno alla Scuola Medica Salernitana, che vanterebbe la primogenitura di un proto-gin) scurito dalla presenza delle fave di cacao e creato durante il dottorato di ricerca da un’intuizione di Rossella Alberti. E poi il London dry milanese Giass, la cui gestazione è iniziata nella lavapiatti.

Dietro ogni etichetta c’è una storia di passione e curiosità, intraprendenza e testardaggine. E il protagonista forse più curioso in una storia di spirits è Giustino Ballato, maestro elementare ed esperto botanico, ora una delle firme del Taggiasco ExtraVirGin.

I gin bar
In linea con l’onda, i gin bar si moltiplicano (Gin Corner a Roma e Gino12 a Milano fanno eventi con prodotti italiani) e ci sono i prodotti “personalizzati” per i locali: l’ha fatto Cracco da Carlo e Camilla in Segheria, che serve una limited edition creata a Londra con Portobello Road Gin, mentre al Marelet di Bergamo offrono l’Elephant Gin Marelet Special Batch prodotto in Germania; sono invece italiani il Gin Primo con sale di Romagna inventato da Federico Lugaresi all’Osteria Cenè di Cesena e il Be8 del Barz8 di Torino. E poi The Botanical Club a Milano, microdistillery che sperimenta con essenze varietali nel proprio alambicco on-site.

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