Interventi

L’eterna questione meridionale, una scommessa per vincere al sud

di Federico Maurizio D'Andrea

5' di lettura

A memoria non ricordo un discorso di un Presidente del Consiglio dei Ministri che, all’atto del suo insediamento, non abbia menzionato la cd. Questione meridionale – con, in alcuni casi, l’annuncio dell’istituzione di un dicastero ad hoc – per risolvere la quale sono state dedicate lunghe pagine programmatiche e promesse di realizzazione di opere più o meno monumentali.

Un paradosso

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Da qui un primo evidente paradosso. Se c’è un campo nel quale sono stati assunti nel tempo rilevanti impegni e messe a disposizione ingenti risorse è senza dubbio quello riguardante l’ “arretratezza” del Mezzogiorno; allo stesso tempo se c’è un territorio dal quale emergono forti disuguaglianze rispetto al resto del Paese, questo è, ancora una volta, quello del Meridione d’Italia. È dunque più che evidente che qualcosa non abbia funzionato. Ciò che tuttavia rileva è la necessità di comprendere come mai il termine “mezzogiorno” rimanga sinonimo di arretratezza, di tentativi mai riusciti di emancipazione, di peso che spinge verso il basso una economia che, senza il Sud, sarebbe all’avanguardia europea se non mondiale, ostaggio di meccanismi che ne impediscono il riscatto e il progresso.

Le cause sono state affrontate nella loro interezza? Quali le domande ineludibili alle quali bisogna dare una risposta affinché le roboanti dichiarazioni pronunciate nelle aule parlamentari abbiano un senso concreto?

Quando si parla di questione meridionale e delle cause che ne impediscono il superamento, la prima criticità che va richiamata è senza dubbio quello riguardante il concetto di legalità, inteso nel senso di sicurezza, di presenza effettiva delle Istituzioni, di fiducia che le persone ripongono negli organi di governo nonché nelle sue articolazioni territoriali.

Da meridionale, sono convinto che l’ordinarietà, anche nel Sud d’Italia, è espressa da una comunità di individui rispettosi delle regole e difensori dello stato di diritto; così come, avendone diretta contezza, da una classe imprenditoriale eccellente, con una alta visione strategica di straordinarie potenzialità.

Eppure, ogni qualvolta nasce un’impresa, ogni qual volta un’impresa in qualche modo si afferma anche nel Sud, il primo problema che deve superare è quello della pacifica “convivenza” nel territorio di riferimento. Questo rappresenta un enorme limite perché pone un forte deterrente alla libera attività di impresa che, inevitabilmente, non può che generare una economia stagnante: non è un caso che non sia usuale trovare imprenditori non meridionali che investano nel Mezzogiorno.

La forza attrattiva

Viene troppo poco messo in evidenzia che, nonostante il Sud d’Italia sia terra ricca di risorse, di fatto impedisce l’espansione della sua economia a chi non appartiene a quel territorio. Nella realtà, oggi come ieri, il Sud manca di forza attrattiva.

In ogni zona del nostro Paese, ma soprattutto al Sud, fare impresa non significa insediare stabilimenti per ottenere agevolazioni fiscali o sgravi contributivi (retaggio di un antico modo di “far politica”); sono noti a tutti i ricordi di insediamenti industriali che hanno apportato illusorie sacche occupazionali, ma che oggi sono esempio, anche visivo, di una fallimentare stagione di momentanee e prezzolate scelte politico-economiche.

In ogni zona del nostro Paese, fare impresa significa investire in progetti di lunga durata e non di momentaneo vantaggio; significa vivere in, e contribuire a creare, un contesto in cui poter esprimere al meglio le proprie capacità, concentrandosi sulla produzione, sui servizi, sullo sviluppo delle risorse umane e sullo sviluppo dell’ambiente circostante.

In ogni zona del nostro Paese, ma soprattutto al Sud, fare impresa significa disporre di un sistema creditizio con funzioni di para-partenariato (con prestiti partecipativi e finanziamenti a tasso agevolato) e di una regolamentazione fiscale non di favore, ma equa e non vessatoria.

In ogni zona del nostro Paese, fare impresa significa disporre di una regolamentazione chiara, facilmente comprensibile e, come tale, facilmente applicabile.

In ogni zona del nostro Paese, fare impresa significa favorire il partenariato pubblico-privato, in una logica virtuosa, in cui il pubblico, in particolare, metta da parte la diffusa tendenza a non favorire le iniziative private, rifugiandosi in tediosi atteggiamenti che finiscono per costituire un vero ostacolo alla iniziativa privata che pure, come ricorda la nostra Costituzione (art. 41), è libera purché non si svolga «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

In ogni zona del nostro Paese, ma soprattutto al Sud, fare impresa significa, prima ancora che investire, creare un ambiente favorevole alla libera iniziativa privata: e questo è un compito che, istituzionalmente, spetta agli organi della rappresentanza politica.

In ogni zona del nostro Paese, fare impresa significa poter contare su uno Stato che operi in modo selettivo, perseguendo il malaffare e tutelando le imprese di valore e performanti, smettendola di concentrarsi su imprese decotte, a prescindere dalla loro dimensione, e smettendola anche di operare inattuali interventi a pioggia.

Missione fallita

Perché lo Stato, dall’Unità a oggi, fallisce la sua mission in particolare nel Meridione?

A questo interrogativo deve essere data una risposta.

Le istituzioni continuano a fallire perché non sono in grado di creare le basi – ancorché minime – per il progresso (e non solo uno sviluppo) strutturale – e pertanto duraturo – della parte più in difficoltà del Paese; non hanno investito in infrastrutture (si pensi alla assenza di alta velocità in gran parte della costa adriatica e nell’intera costa jonica), non agevolano la creazione di una rete commerciale strategica, destinata a connettere il Sud con il mondo, pur in presenza di contesti economici complessi e in continua evoluzione (basterebbe ricordare l’assenza da Lamezia Terme a Bari, per circa 400 km, di un aeroporto), non propongono iniziative socio-economiche trasformative, nonostante conviviamo con una globalizzazione spesso troppo aggressiva, con una rapida innovazione tecnologica e con una sempre più crescente interdipendenza economica e culturale tra i Paesi.

Soprattutto, lo Stato ha dato prova, negli anni, di non credere e non investire nella “forza” della cultura, quale elemento in grado di far progredire la società, di abbattere le barriere commerciali e di creare un ambiente favorevole alla conoscenza, alla bellezza, alla legalità.

La cultura è un deciso fattore di sviluppo, crea opportunità, innovazione tecnologica, specializzazione delle risorse umane; al contrario, è l'ignoranza che mina, alle radici, il progresso di un popolo, proiettando sullo stesso le tenebre del non sapere.

Il Sud resterà sempre la “questione” se lo Stato non dimostrerà di saper affrontare, in modo risolutivo, i problemi di fondo, senza ricorrere tuttavia a provvedimenti eccezionali o continuamente emergenziali, ma programmando con serietà, e monitorandone l’attuazione con rigore, le scelte fondamentali che potranno servire, nel tempo, da volano per una rinascita meridionale. Per la quale ci vogliono uomini e donne con competenze e desiderio di operare anche per il bene comune.

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