Opinioni

L’etica nell’economia tra eccessi e ipocrisie

di Natalino Irti

(Funtap - stock.adobe.com)

3' di lettura

Lo storico futuro, che volgerà lo sguardo sul nostro tempo, e ne raccoglierà tracce e documenti, si stupirà del primato di una parola, che domina l’attività bancaria, l’esercizio delle imprese, le ardite applicazioni tecnologiche, e quasi ogni ambito di vita. È la parola “etica”, e gli aggettivi e verbi che ne derivano o vi si riconducono.

E a quello storico sembrerà di entrare in un’epoca severa e rigorosa, di dura moralità, di condotte irreprensibili. E ne trarrà giudizio di ammirazione e sospiro di nostalgia.

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Ma, spinta che sia l’indagine alle statistiche criminali e alle vicende giudiziarie; al corso dei mercati e ai rapporti tra classi sociali; lo stupore si farà più cauto e guardingo.

Lo storico futuro, che volgerà lo sguardo sul nostro tempo, e ne raccoglierà tracce e documenti, si stupirà del primato di una parola, che domina l’attività bancaria, l’esercizio delle imprese, le ardite applicazioni tecnologiche, e quasi ogni ambito di vita. È la parola “etica”, e gli aggettivi e verbi che ne derivano o vi si riconducono.

E a quello storico sembrerà di entrare in un’epoca severa e rigorosa, di dura moralità, di condotte irreprensibili. E ne trarrà giudizio di ammirazione e sospiro di nostalgia.

Ma, spinta che sia l’indagine alle statistiche criminali e alle vicende giudiziarie; al corso dei mercati e ai rapporti tra classi sociali; lo stupore si farà più cauto e guardingo. Che forse le banche “etiche” si abbandonano alla generosità del dono, e rinunciano a percepire interessi? E le imprese “etiche” non sono più destinate a conseguire profitti? E i distanti ceti sociali si ritrovano nel medesimo grado di “benessere”?

No, registrerà, tra disilluso e rassegnato, lo storico di domani. Ciascuna istituzione o struttura è sempre volta a raggiungere lo scopo originario, quel fine che la conforma e ne stabilisce l’identità. Esse sono state concepite e costruite per raggiungere taluni risultati tecnici o economici e da questi non possono essere disgiunte se non a condizione di diventare “altro da sé”. Ma di questa conversione, di un tale salvifico rovesciamento, non c’è segno. Assumere uno scopo diverso significa anche correggere o modificare la struttura: il “perché” condiziona e determina il “come”.

Certo, sopraggiungono regole di diritto e minaccia di sanzioni, che fissano limiti e divieti; ma sono, appunto, regole di diritto, le quali non “eticizzano”, ma piuttosto “giuridizzano” profili di quelle strutture e istituzioni. Mai ne toccano il fine originario, la destinazione segnata nella storia del moderno capitalismo. Ed allora perché nobilitare norme giuridiche, emanate dal potere egemone e dal gruppo governante, sotto il nome di “etica”, quasi a evocare un ordine superiore, un insieme di imperativi categorici, o spontanei nella coscienza umana o dettati da un’autorità ultra-positiva? Le regole di diritto vanno accolte per quel che sono: precetti di fare o non fare, provvisti di sanzioni. Bisogna restituire serietà e sobrietà alle parole, e stringerle al loro autentico significato. Uomini e istituzioni, che si nobilitano nell'”etica” o si esaltano nel culto dei “valori” (quei “valori”, che essi scelgono, ed al cui servizio piegano le loro volontà), vanno, per dir così, ricondotti alla misura storica e intesi nella dimensione della “realtà effettuale”. Che, nel suo proprio svolgimento, conosce da sempre ideali e sogni, vittorie e cadute, altezze e abissi. La storia umana rifiuta veli di pudicizia, e rimane per i secoli identica a sé stessa: mutevole bensì nelle forme, nei modi organizzativi, nei fini perseguiti, ma perenne nel suo cammino di gioie e di dolori, di rara felicità (sono, a giudizio del grande Leopold Ranke, le pagine non scritte) e di inattese catastrofi. Questa è la concreta ed effettiva realtà, che prova fastidio e sdegno per le quotidiane ipocrisie dell'”etica” e per l’innalzamento di qualsiasi scopo al cielo dei “valori”.

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