STORIE DI SPORT

L’etiope a piedi scalzi conquistò Roma

Ai Giochi di Roma 60 Abebe Bikila vinse la maratona: una corsa leggendaria, punto di partenza per l’atletica africana

di Maria Luisa Colledani

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Ai Giochi di Roma 60 Abebe Bikila vinse la maratona: una corsa leggendaria, punto di partenza per l’atletica africana


3' di lettura

Mica furono Vacanze Romane. Ma la fatica, elegante e solenne, di quel 10 settembre 1960 all’Olimpiade di Roma gli portò in dote una vacanza eterna fra le leggende dello sport. A distanza di sessant’anni, la maratona che Abebe Bikila vinse fra templi, archi di trionfo e ville suburbane, correndo a piedi scalzi sul Raccordo anulare e sui basoli dell’Appia Antica, parla di cuore e orgoglio. Quo vadis, Abebe? Nel futuro correndo sul passato, appropriandosi del sogno dell’imperatore Hailé Selassié: «Vincere a Roma sarà come vincere mille volte».

Etiope, 28 anni, caporale della guardia reale del negus, gareggia solo da quattro, è alla sua terza maratona. Nessuno lo conosce, ma fin da bambino ha divorato gli altipiani per un po’ di latte o d’acqua senza disperderne neanche una goccia e, ai Giochi del 1960, si sente «in un sogno sinuoso di anguille che scivolano nel mar dei Sargassi». Così, lo racconta lo scrittore francese Sylvain Coher, classe 1971, nel suo Vincere a Roma. L’indimenticabile impresa di Abebe Bikila, appena tradotto in italiano. Le righe, tutte in prima persona, sono la coscienza dell’atleta, l’elettrocardiogramma dei suoi pensieri. Potenti e armoniose come un maratoneta che macina chilometri senza una goccia di sudore. Ogni passo una parola, ogni mulinare di gambe una riga, ogni sforzo una metafora, in una scrittura densa e poetica come capita di rado nello sport di oggi.

Quella sagoma scarna, quell’elegante statua semovente indossa il numero 11 e, fin dall’inizio, cerca il suo rivale designato, il marocchino Rhadi, ma non lo trova. La «fatica nella corsa è come lievito per il pane» e Abebe (è il suo cognome perché in Etiopia il nome viene sempre dopo) ha scelto Roma «per misurare il tempo e lo spazio nel tempo». La sua corsa diventa il metronomo dell’Olimpiade, la misura di tutte le cose di Roma 1960. Quei Giochi irripetibili sono l’edizione della Dolce Vita, fanno dell’ambientazione fra le rovine antiche una spettacolarizzazione quasi cinematografica dell’evento sportivo. Sono i Giochi dei primi casi di doping e dei primi sponsor, della tv e della modernità, dell’uguaglianza, dove la velocista Wilma Rudoph può incontrare il collega Livio Berruti senza essere obbligata a frequentare locali per soli “niggers” e dove la vittoria del pugile Cassius Clay, che non era ancora Muhammad Alì, cancella il razzismo, almeno per una notte.

I 42,195 chilometri si srotolano sotto i piedi dei 69 concorrenti. Le salite pizzicano muscoli e tendini e «la pietra è calda e soave come una pelle, perché il suolo racchiude i princìpi della vita: il fuoco e l’acqua da cui veniamo e a cui torneremo» ma «a volte mi sembra di avere un riccio di mare capriccioso che mi perlustra le vene». Abebe Bikila sceglie una tattica attendista: devi restare nell’ombra, in agguato, gli suggerisce il suo allenatore perché «correre per te è come per gli altri camminare, la cosa più semplice del mondo. Poni il cuore all’obiettivo e i piedi ti seguiranno». Accanto a lui c’è il numero 185. Chi sarà mai? Corre, sbuffa, è regolare. La Appia Antica è un red carpet solo per loro, le fiaccole illuminano la notte, la strada e i sogni di gloria. Là, in fondo, ad attenderli c’è l’Arco di Costantino. Quando mai una maratona avrà un traguardo così moderno? Il cuore pulsa, a comandare le gambe il bisogno di dare ordine al tempo che si sfarina. Correre è avanzare per non cadere, è fare guerra alla guerra e, proprio ai piedi dell’obelisco di Axum, che il Duce aveva fatto piazzare a Roma nel 1937, «la discesa agevola lo scatto amplificando una falcata che già si moltiplicava da sola, e a Rhadi non resta che guardarmi prendere il largo dal molo di un porto battuto dalla tempesta».

È la svolta della maratona: all’arrivo solleva le braccia come a dire «Veni, vidi, vici» e l’oro dell’etiope a Roma è il primo nella storia dell’atletica per l’Africa che, da quel giorno, conquista fondo e mezzofondo mondiali. Con la certezza che la felicità - e nel caso di Abebe Bikila l’immortalità sportiva - non si raggiunge se non attraverso il dolore e la fatica perché «la corsa è un raggio di luce tracciato sulla superficie di un mondo uniformemente immerso nel buio».

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