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L’euro e noi /Cambiare moneta in sé non creerebbe valore

di Andrea Boda, private banker e blogger

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di Andrea Boda, private banker e blogger

La recente Storia italiana ci insegna che lo Stato spesso ha preferito il ricorso al debito alle logiche di mercato. La nascita dell'euro ha rappresentato pertanto un'opportunità straordinaria per ricondurre il Paese in un percorso virtuoso, lontano dalle tentazioni di ricorrere a collaudate “scorciatoie”.

Da sempre succube di politiche emergenziali, l'Italia avrebbe potuto far leva sui vincoli esterni valorizzando la produttività (e non più le svalutazioni competitive) e favorendo riforme ritenute in precedenza impossibili, per gli alti costi dell'enorme debito pubblico e per carenza di responsabilità politica. L'euro ha spinto i mercati ad uniformare il costo del debito dei paesi aderenti, azzerando, inizialmente, gli spread con evidenti benefici per i paesi più indebitati Tale irripetibile opportunità non è stata sfruttata al meglio.

L'Italia partecipa ai progetti di unione fin dal 1951, quando era di solo sei paesi e si chiamava CECA (Comunità Europea di Carbone e Acciaio), traendone il più lungo periodo di pace che il continente abbia mai vissuto. Il commercio globale rappresentava negli anni sessanta il 20% del PIL mondiale; oggi tale dato è al 50%. Partecipando alla più grande area di libero scambio del mondo l'Italia si è seduta pertanto al tavolo giusto, usufruendo anche di accordi siglati come UE, con il potere contrattuale che questo comporta. L'euro è quindi solo una tappa di un percorso con radici nel passato e incerte proiezioni nel futuro.

La disciplina fiscale ha altresì beneficiato del contesto (l'avanzo primario italiano lo testimonia),in una UME che, nella formulazione attuale, non è tuttavia sostenibile: l'unione bancaria, fiscale e politica è ancora incompleta. Servirà altro tempo, durante il quale tensioni politiche o un'eventuale recessione globale potrebbero rivelarsi fatali per il destino della moneta unica, di cui oggi fatichiamo a percepire i vantaggi.

Quelli dell'euro sono stati dunque 15 anni in chiaroscuro, tra opportunità non colte e rigidità limitanti. Cambiare moneta non è un atto che in sé crea valore. Il ritorno alla valuta nazionale è un'idea fondata sulla ricerca di una soluzione semplice, che tuttavia semplice non è: lasciare l'euro equivale comunque a fare un salto nel buio. La ricetta di alcune correnti di pensiero potrebbe così trasformarsi presto nella proposta di un'Unione depotenziata, con dazi sulle importazioni e frontiere meno aperte per proteggere il prodotto nazionale, con esiti tutti da verificare. Il ritardo del Paese rischierà così di aumentare nell'attesa di necessarie e improcrastinabili riforme.

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