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L’euro e noi / Il nodo è la produttività stagnante, non la moneta

di Riccardo Puglisi, professore associato di economia all'Università di Pavia


di Riccardo Puglisi, professore associato di economia all'Università di Pavia

Purtroppo esiste una pessima tendenza –condivisa da troppi politici e giornalisti- a prendere l'euro come il capro espiatorio di tutti i mali del nostro paese, quando la larghissima parte di questi mali dipende da fattori esclusivamente interni, cioè in particolare l'elevatissimo debito pubblico che ci caratterizza, l'andamento pietosamente stagnante della nostra produttività, e una presenza troppo ingombrante dello stato e della tassazione all'interno dell'economia.

Esistono vantaggi di una moneta unica che sono difficilmente contestabili, ma non sempre sono di facile misurazione. Il primo vantaggio sta nel fatto che un mercato comune come quello dell'Unione Europea deve basarsi su una moneta unica, la quale permette un confronto trasparente tra i prezzi vigenti nei diversi paesi per beni simili. Chi decide di comprare un bene o servizio estero sta semplicemente ritenendo che il benessere che ne deriva è superiore al benessere del corrispondente bene prodotto nel paese d'origine (avendo naturalmente deciso di acquistare quel bene): questo confronto funziona molto meglio se tutti i prezzi sono espressi nella stessa valuta.

Non solo: il vincolo esterno dato da una moneta unica è particolarmente importante per un paese come l'Italia, a lungo attirato da scappatoie di breve termine come le svalutazioni competitive, la spesa in deficit, il finanziamento monetario di questo –almeno fino al cosiddetto “divorzio” del 1981-, e l'accumulo di debito pubblico. Purtroppo –una volta entrati nella moneta comune- molti dei politici italiani hanno pensato bene di non cambiare in maniera vigorosa il loro andazzo spendaccione e irresponsabile, avvantaggiandosi del fatto che i tassi di interesse sui titoli di stato almeno fino al 2010 sono stati bassissimi. Avrebbero fatto meglio, invece, a seguire la strada indicata dal Belgio e sfruttare questa congiuntura per risparmiare e abbattere il peso del debito pubblico sul PIL. Perché mai addossare le colpe all'euro quando è la nostra classe politica e sindacale che ha preferito spendere nuovamente –e non certamente in investimenti- i risparmi dovuti ai tassi bassi (con la lodevole eccezione delle riforme pensionistiche dovute a Maroni e Fornero), invece di preoccuparsi del pietoso andamento della nostra produttività?

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