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L’euro e noi / Il rischio di un’Italia mezzogiorno d’Europa

di Mario Seminerio, Investment manager e blogger


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di Mario Seminerio, Investment manager e blogger

Ci sono due grandi periodi, nella vita della moneta unica europea. Il primo, dall'introduzione alla crisi dei subprime americani ed alla scoperta della truffa nei conti pubblici greci, può essere definito come quello della scomparsa del rischio di credito sovrano: tutti i paesi dell'Eurozona con spread estremamente compressi, nell'ordine di pochi punti base. Il decennale greco che rende come quello italiano, che a sua volta rende come quello tedesco. I mercati certi della indissolubilità dell'unione monetaria, il boom di investimenti finanziari e di credito nei paesi periferici, la perdita di competitività. Poi, la Grande Recessione, la sincope dei sistemi bancari, l'esplosione di deficit e debito per compensare la crisi, il terrore tedesco di doversi fare carico del debito altrui, il disastroso vertice di Deauville, in cui Merkel e Sarkozy sanciscono l'apparente reversibilità dell'euro.

Ecco che il rischio di credito torna, devastante, con modalità simili a quelle delle crisi dei paesi emergenti, quando i capitali esteri si volatilizzano. Poi la Quaresima, soprattutto per l'Italia: sistema di imprese medie, piccole e micro che vivono quasi solo di credito bancario, la stretta sulle sofferenze imposta dall'unione bancaria ed il circolo vizioso che si autoalimenta, associando incompetenza e -a volte- condotte criminali da parte di alcuni banchieri, la posizione fiscale restrittiva sino ad un paio di anni addietro, una politica economica di scarsa efficacia ed efficienza.

Le radici della crisi italiana affondano tuttavia nel periodo “aureo” dell'euro, quando nulla si è fatto per ristrutturare profondamente la nostra economia, renderla competitiva e produttiva. Mentre la Germania chiedeva ed otteneva deroghe a Maastricht per rilanciare la propria competitività, gli italiani erano ben lieti di autorizzare tali deroghe per proseguire indisturbati nella loro routine di “tassa e spendi”. Siamo giunti all'appuntamento col nostro destino: non ci sono più scorciatoie.

Non lo è la mitologica fuoriuscita dall'euro, propugnata da demagoghi che vorrebbero una moneta propria per esportare di più ma al contempo sognano il ritorno dei dazi. Su tutto, la demografia che ci gioca pesantemente contro. Invocare un'Europa più integrata, e quindi trasferimenti intracomunitari verso gli stati “bisognosi”, senza pensare anche a far crescere la produttività, equivale a riproporre la stessa disastrosa ricetta che ha prodotto il Mezzogiorno d'Italia.

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