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L’Europa cerca una voce unica contro la violenza di genere

Al momento i 27 sono vincolati dalla direttiva che istituisce norme in materia di diritti e assistenza delle vittime di reato

di Maria Paola Mosca

7' di lettura

Non esistono, a livello europeo, regole uniche per affrontare la violenza di genere o un’interpretazione e strutture giuridiche universali per trattarla. È condivisa però la nozione per cui i dati sulla portata del fenomeno siano sottostimati e le donne, le ragazze e le bambine sono sproporzionatamente più colpite da atti violenti fisici e/o psicologici. Molto spesso in ambienti domestici.

L’Unione europea lavora da anni per trovare una soluzione comunitaria e offrire un terreno normativo unico. Al momento i 27 sono vincolati dalla direttiva che istituisce norme in materia di diritti e assistenza delle vittime di reato (2012/29/EU) e da quella sull’ordine di protezione europeo (2011/99/EU). I membri che l’hanno ratificata, poi, sono tenuti al rispetto delle richieste della Convenzione di Istanbul, orientata specificamente a trattare la violenza contro le donne, il cui livello di implementazione offre un quadro della situazione attuale degli stati in tema di lotta alla violenza di genere.

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«Tra i Paesi che l’hanno ratificata - segnala la vice presidentessa di Grevio, organo indipendente incaricato di seguirne l’attuazione, Simona Lanzoni - si vedono gli effetti positivi dei monitoraggi della Convenzione. In alcuni Paesi sono stati stanziati maggiori finanziamenti per le organizzazioni che si occupano di antiviolenza e per l'apertura di nuovi servizi specializzati, dalle case rifugio a centri per vittime di violenza sessuale o linee specializzate come il nostro 1522. Inoltre alcuni stanno migliorando la raccolta dei dati statistici, la definizione e l’applicazione delle misure cautelari. La definizione del reato di violenza sessuale in molti paesi si è allineata alla disposizione della Convenzione, ovvero di basarsi sul consenso».

Nonostante gli sforzi profusi e a causa del sovrapporsi delle crisi in atto, dal Covid, alla guerra alle emergenze energetico-climatiche, non per tutti i membri del blocco il tema rappresenta una priorità. Un segnale importante verso una maggiore coesione di azioni però, è stata la pubblicazione in marzo del piano della Commissione per armonizzare la criminalizzazione della violenza contro le donne. Il progetto punta a garantire limiti minimi di pena per reati di violenza sessuale (8 anni) e mutilazione genitale (5 anni). A migliore l’accesso alla giustizia e supporto per le vittime, assicurando il coordinamento tra i servizi. E mira a rendere illegale abusi e reati online.

Le intenzioni della Commissione, si affiancano alcune richieste da parte del Parlamento europeo. Tra queste, quella di rendere la violenza di genere un crimine secondo le leggi comunitarie - al pari di terrorismo, tratta di esseri umani, sfruttamento sessuale, crimini informatici e riciclaggio di denaro; di arrivare a definizioni legali, standard e pene minime comuni per tutta l’Unione. E, ancora, di includere tra i “servizi essenziali” l’assistenza telefonica, programmi e luoghi di accoglienza e protezione (case sicure e rifugi) e protocolli di supporto medico.

La carenza di dati uniformi

Se l’attenzione sembra - anche se a macchia di leopardo - alta, le associazioni europee indipendenti che di violenza di genere si occupano non nascondono l’impressione che non si stia facendo abbastanza. Il problema, sottolineano, è molto più esteso e profondo di quanto si pensi, a causa anche della difficoltà di raccogliere dati in maniera organica. Situazione che è peggiorata in questi ultimi due anni e mezzo.

Lo conferma l’ultimo Gender Equality Index di Eige: «Durante la pandemia, le restrizioni alla mobilità e l’aumentato isolamento, hanno esposto le donne a un accresciuto rischio di violenza da parte di un partner. Se è difficile rilevare la dimensione totale (del fenomeno), i media e le organizzazioni di/per le donne hanno riportato un forte aumento nella richiesta di servizi per le donne vittime. Allo stesso tempo l’emergenza sanitaria ha esposto e esacerbato lacune preesistenti nella prevenzione della violenza stessa e nell’offerta di finanziamenti adeguati per i servizi di supporto alle vittime».

Secondo il report “Violence Against Women”, la prima indagine del genere su tutti gli stati membri dell’Unione commissionata nel 2014 dall’Agenzia Europea per i diritti umani, in media una donna su tre ha subito una violenza fisica o psicologica. Una su due è stata vittima di una molestia sessuale e una su 20 ha denunciato di essere stata violentata. Inoltre, in almeno un caso su 5 il reato è stato commesso da un partner.

Questo quadro già cupo è meglio dettagliato dai i numeri 2014-2019 dell’Agenzia europea per i Diritti Fondamentali (FRA): il 35% delle vittime sono state assalite in casa. Il 39% (48% se disabili) delle donne ha subito molestie. Ancora, il 13% sono state vittime di molestia online (l’8% solo negli ultimi 12 mesi dello studio) percentuale che sale al 25% tra le giovani tra i 16 e i 29 anni (il 16% solo nel 2019).

All’impatto diretto di qualsiasi forma di assalto sulle vittime e le famiglie, la violenza di genere ha un costo economico per l’Europa che, calcolato da Eige, si aggira su un totale annuo di 366 miliari di euro. Di questi, la violenza perpetrata sulle donne costituisce il 79% (289 miliardi), i crimini per mano di un (ex)partner rappresenta il 48% (174 miliardi), il cui l’87% (151 miliardi) è specificamente ascrivibile ad attacchi contro le donne.

I femminicidi e la risposta degli Stati

In tema di violenza di genere, l’Europa ha ancora strada da fare. Nella carenza di un panorama normativo comune, gli Stati tendono a gestire la questione singolarmente e a intervenire, principalmente, dopo eventi estremi. I femminicidi calcolati da Eurostat nel 2018 in 14 degli stati membri, sono stati oltre 600. Malta, Finlandia, Svezia e Austria le nazioni con i numeri più alti.

Nel 2020, dati Eige, questo numero è stato di 444 – ma su 10 Stati monitorati. Per quando sarebbe necessario prevenirli, spesso è il perpetrarsi di questi crimini e la conseguente indignazione dell’opinione pubblica che scende in piazza a provocare l’azione legislativa. È successo recentemente in Belgio. A fine ottobre, a seguito della morte per mano dell’ex partner di una giovane donna, il governo ha adottato una bozza di legge quadro che specifica il reato di femminicidio, consente la raccolta di dati statistici per valutare la portata del problema e menziona la proposta di formazione specifica di polizia e magistrati.

Il caso spagnolo

Caso emblematico è poi la Spagna, dove da anni la prevenzione della violenza di genere è risultato anche delle attività delle organizzazioni femministe e dei movimenti dal basso. Nonostante la presunta cultura machista, la penisola è apripista in materia di violenza di genere: dal 2003 il governo spagnolo pubblica una valutazione dei dati statistici specifici. Ha esteso la definizione di “violenza di genere” a includere qualsiasi omicidio di donne o bambini in cui il genere giochi un ruolo, anche cioè i casi perpetrati per misoginia, da parte di familiari o in connessione a prostituzione e sfruttamento. E quest’anno ha introdotto un ulteriore primato europeo: dal 1 gennaio 2022 la Spagna registra tutte le forme di femminicidio.

Essere la prima in Europa non protegge da tutti i rischi però: in particolare, sta producendo conseguenze impreviste, la legge per la Garanzia Integrale della Libertà Sessuale, che prevede che ci sia reato quando in qualsiasi tipo di relazione sessuale manchi il consenso valido della persona offesa. Entrata in vigore a ottobre, la norma conosciuta anche come “solo sì è sì” ha portato decine di condannati a presentare istanza di revisione della pena. Per ora non è ancora chiara la soluzione che il governo Sanchez proporrà, ma una parte della maggioranza non esclude la possibilità di aggiustamenti nelle norme per evitare che ciascun tribunale segua criteri interpretativi propri.

Per quanto non ai livelli spagnoli, anche la Francia sta facendo passi in avanti importanti. Persiste qui un sistema giudiziario definito carente (nel 2020 i tre quarti dei casi di violenza sessuale si sono chiusi senza accuse formali) e un numero insufficiente di rifugi di emergenza per donne e bambini vittime di violenza (nel 2021, a fronte de quasi 8000 posti messi a disposizione dalle autorità, sono state oltre 20mila le richieste). Però dal 2018 nelle scuole francesi è obbligatoria la presenza di un referente per l’uguaglianza di genere e dal 2001 vengono impartite lezioni di educazione sessuale a partire dalle scuole medie. Sono poi state approvate negli ultimi anni normative specifiche, come per esempio la legge del 2017 che ha reso il sessismo causa di aggravante delle pene.

Austria e Germania restano indietro

Dalla parte opposta dello spettro si trova l’Austria. Nel 2018 risultava tra le nazioni con il più alto numero di femminicidi in cui il killer era un membro della famiglia o partner. Nel paese alpino dove sono generalmente rari i crimini violenti, le vittime di omicidio registrate sono state più donne che uomini. Per affrontare la situazione, il governo ha recentemente stanziato 25 milioni di euro e avviato una serie di iniziative specifiche. Ma molti esperti segnalano il persistere di una mancanza di indignazione generalizzata sulla questione, la sensazione diffusa tra le vittime di non essere credute e un pay gap che si aggira sul 20%, tra i più alti nel continente e causa forme di dipendenza economica estreme.

Sulla stessa linea si trova la Germania, dove al contrario della Spagna, la violenza di genere non riceve attenzione sociale. Se è vero che la situazione è diversa in ogni Land, è altrettanto vero che nel Paese il tema è considerato una tragedia privata più che un problema strutturale. Nel 2020 una donna tedesca su 3 ha subito violenza almeno una volta nella vita. E su un totale registrato dalle autorità di 146.655 casi di reati domestici (5% in più dell’anno precedente), oltre l’80% delle vittime sono donne. Davanti a questi numeri, il ministro della giustizia tedesco, Marco Buschmann, ha affermato di stare lavorando per modificare il codice penale così da permettere di caratterizzare i reati come “di genere”, per migliorare li diritti delle donne nello spazio digitale e per introdurre misure di protezione preventive e aumentare i rifugi di emergenza per le donne.


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