ideologie

L’Europa e la sindrome dissociativa dei sovranisti

di Sergio Fabbrini


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(Reuters)

4' di lettura

È come l’altalena. La relazione tra l’attuale governo italiano e le istituzioni europee oscilla tra un polo e l’altro. Un’oscillazione, per sua natura, senza direzione. Consideriamo la politica di bilancio. Ogni giorno, l’uno o l’altro dei due vicepremier ne ha una da proporre. Oggi la flat tax e ieri Quota 100 (Matteo Salvini) oppure oggi il salario minimo e ieri il reddito di cittadinanza (Luigi Di Maio). Obiettivi, naturalmente, che vanno realizzati subito, a prescindere da quanto costano. Subito dopo arrivano le stime degli uffici del ministero dell’Economia e delle finanze o quelle degli uffici di Bruxelles che mostrano che essi, in realtà, costano troppo. Come se non bastasse, i mercati si fanno subito sentire, con la conseguenza di far crescere i tassi di interessi e il debito pubblico.

A questo punto, i due vicepremier fanno un passo indietro, lasciando al premier e al ministro dell’Economia e delle finanze la delega per evitare un’eventuale procedura d’infrazione. Così era avvenuto nell’autunno del 2018 e così è avvenuto qualche giorno fa, quando il governo ha dovuto introdurre una robusta manovra correttiva per evitare quella procedura. Il prossimo settembre, però, l’altalena comincerà di nuovo a muoversi nell’altra direzione, con nuove proposte insostenibili cui seguiranno inevitabili passi indietro. Ma quali sono le ragioni di tali comportamenti? È probabile che quei comportamenti siano dovuti alla scarsa capacità governativa della nuova élite politica, al potere dopo le elezioni del marzo 2018.

Tuttavia, è più probabile che essi siano dovuti alla sua ideologia politica, il sovranismo inteso come nazionalismo economico. Un’ideologia che le impedisce di concettualizzare appropriatamente la natura dei rapporti tra il nostro Paese e l’Unione europea. Certamente, almeno per ora, quella élite non vuole portare l’Italia fuori dall’Eurozona (per paura delle conseguenze che si determinerebbero), tuttavia non sa come gestire il rapporto con essa. Il suo schema cognitivo è quello dell’epoca dell’indipendenza (in cui ognuno pensa per sé), anche se è costretta ad agire nell’epoca dell’interdipendenza (in cui occorre pensare insieme). Quando il presidente della Consob, Paolo Savona, afferma che l’Italia, al pari del Giappone, potrebbe sostenere un debito pubblico del 200% del Pil; oppure quando il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Danilo Toninelli, afferma che le autostrade dovrebbero essere nazionalizzate «per renderle finalmente gratuite», è evidente che né l’uno né l’altro ha interiorizzato la logica istituzionale che organizza l’interdipendenza dell’Italia con gli altri Paesi dell’Eurozona.

Quella logica, tuttavia, sfugge non solo al governo. Il nazionalismo economico persiste perché legittimato da un sovranismo sociale. In Italia (ma non solo), il sovranismo è anche una condizione mentale, oltre che una ideologia economica e una posizione politica. Una condizione mentale, ad esempio, che ritiene naturale che la selezione del personale dirigente (all’interno delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni, delle organizzazioni) debba previlegiare la carriera interna e la disciplina gerarchica, a scapito del merito professionale e della capacità d’innovazione. Il sovranismo si riproduce attraverso le imprese che scelgono i loro manager senza competizione, le università che scelgono i loro professori per cooptazione corporativa, gli ospedali che scelgono i loro chirurghi per fedeltà politica, e così via. Il «prima gli italiani» (a livello macro) viene così legittimato dal «prima i miei» (a livello micro). Dopo tutto, la struttura sociale ed economica italiane è così frammentata da non percepire i costi del sovranismo. Con il risultato che solamente una minoranza di imprese italiane è competitiva internazionalmente, solamente una minoranza di università italiane è riconosciuta internazionalmente, solamente una minoranza di apparati pubblici è rispettata internazionalmente. In Italia, per di più, tale predisposizione sovranista si alimenta di un populismo diffuso, un populismo che stigmatizza negativamente il merito, che guarda con sospetto chi viene da fuori, che teme la differenziazione, che fa fatica a riconoscere persino la parità tra i generi.

Il ridimensionamento di tale predisposizione culturale è indispensabile per riportare in equilibrio la «mente italiana con la realtà (interdipendente) del Paese». Il sovranismo non si contrasta, però, opponendogli un globalismo altrettanto ideologico. L’interdipendenza non implica il disconoscimento del pluralismo delle posizioni, bensì l’evoluzione dinamica di queste ultime. Ciò significa la promozione di progetti per allargare il numero delle imprese o delle università o delle istituzioni in grado di operare internazionalmente. Come ha sostenuto Kwame Anhony Appiah (nel suo, The Lies That Bind, Liveright), l’alternativa al sovranismo è un cosmopolitismo che includa dinamicamente la pluralità dei nostri interessi e delle nostre identità nel contesto dell’interdipendenza. Sapendo che ci si può integrare internazionalmente senza perdere la propria specificità (o identità) nazionale. Naturalmente, ogni apertura può avere implicazioni negative, come la nascita di nuove diseguaglianze sociali e culturali. Raghuram Rajan (nel suo, Il Terzo pilastro, Bocconi editore) ritiene, convincentemente, che queste ultime possano essere contrastate dal rafforzamento delle comunità (o società intermedie tra lo stato e il mercato). Tuttavia, è bene tenere presente che la persistenza dell’Italia sovranista è anche dovuta al comunitarismo del nostro Paese, un comunitarismo che ha reso difficile la formazione di istituzioni politiche, economiche e culturali in grado di perseguire (insieme) l’apertura e l’inclusione.

Insomma, l’altalena è destinata a rimanere con noi. L’Italia sovranista sa che non possiamo stare fuori dall’Ue, ma non sa come dobbiamo starci dentro. Di qui, la sindrome dissociativa che caratterizza l’attuale governo. L’alternativa a quella sindrome è rappresentata dalla costruzione di una cultura dell'interdipendenza inclusiva. Invece di gridare «prima gli italiani», definiamo «come vogliono essere gli italiani» che vivono nell’Europa e nel mondo delle interdipendenze.

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