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L’Europa dei governi fragili frena l’integrazione Ue

di Beda Romano


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3' di lettura

BRUXELLES - Sono leader politici spesso indeboliti quelli che si riuniranno giovedì e venerdì qui a Bruxelles per il consueto summit di fine giugno. Sul tavolo tra le altre cose le nomine al vertice delle istituzioni comunitarie, a iniziare dalla Commissione europea. Non sarà facile. La scena politica è segnata da governi nazionalisti, minoritari, dedicati agli affari correnti e soprattutto sostenuti da coalizioni sovente amplissime, tali da complicare lo stesso processo decisionale europeo.

Le ultime elezioni europee hanno mostrato una nuova frammentazione del quadro politico: popolari e socialisti nel prossimo Parlamento europeo non hanno più la maggioranza e dovranno allearsi con i liberali e possibilmente i verdi (si veda Il Sole 24 Ore del 28 maggio). La stessa considerazione è vera a livello nazionale. Molti paesi dell’Unione europea devono fare i conti con governi sostenuti da maggioranze eterogenee, dove domina la navigazione a vista e il negoziato permanente.

«È in effetti una della caratterische di questa fase politica – osserva Eric Maurice, capo dell’ufficio bruxellese della Fondation Schuman –. Abbiamo a che fare sempre più spesso con coalizioni che comprendono quasi tutta la scena politica, o comunque numerosi tendenze politiche». L’arrivo di partiti radicali ha frammentato il panorama. In Germania, la stessa grosse Koalition nata nel 2018 ha una maggioranza di 44 deputati. Quella precedente del 2013-2017 aveva un margine di 188 seggi.

Un rapido giro d’orizzonte in Europa è illuminante. In Finlandia, il governo del socialista di Antti Rinne è sostenuto da una alleanza di cinque partiti. Lo stesso vale nella Lettonia del popolare Krisjanis Karins o nella Slovenia del liberale Marjan Sarec. In Olanda, i partiti al potere sono quattro, tanto che spesso il ministro delle Finanze, il democristiano Wopke Hoekstra, è apparso fuori linea rispetto al premier liberale Mark Rutte. Coalizioni a tre guidano la Slovacchia, il Lussemburgo, l’Estonia.

È stato già fatto notare come molti paesi siano guidati da partiti nazionalisti o da governi minoritari (si veda Il Sole 24 Ore del 27 dicembre 2018 e del 14 febbraio 2019). Chi ha negoziato la nascita di un bilancio della zona euro giovedì notte a Lussemburgo ha attribuito la lunghezza delle trattative e il compromesso di basso profilo anche alla nutrita presenza di ministri delle Finanze di governi di coalizione, restii a prendere impegni che in patria avrebbero potuto essere rinnegati (si veda Il Sole 24 Ore del 15 giugno).

Alcuni paesi, come la Finlandia, la Germania o l’Olanda, devono chiedere passo passo il benestare parlamentare.

Nelle trattative europee, il governo finlandese deve aggiornare in diretta la commissione affari europei dell’Eduskunta, il parlamento nazionale. «La partita delle nomine è difficile – nota un diplomatico europeo –. Non solo perché i due principali partiti sono deboli, ma anche perché si vuole trovare un equilibrio geografico, politico e di genere. Con governi deboli è tutto più complicato».

Peraltro, alcuni esecutivi sono dedicati esclusivamente agli affari correnti, come in Danimarca o in Belgio; o sono governi tecnici, come in Austria. Altri sono alla vigilia di delicate elezioni, come per esempio il Portogallo, la Romania, la Grecia, la Polonia, l’Austria.

Tutti paesi che devono rinnovare il parlamento o eleggere un nuovo presidente entro la fine dell’anno. I loro leader questa settimana avranno la mente tanto a Bruxelles quanto nella loro capitale.

UNIONE EUROPEA E GOVERNI NAZIONALI
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