Scenari

L’Europa migliora se saprà ripensarsi

di George Soros


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(Reuters)

9' di lettura

LONDRA – L'Unione europea è impantanata in una crisi esistenziale, e nell'ultimo decennio tutto quello che poteva andare storto è andato storto. Com'è possibile che un progetto politico che ha sostenuto la pace e la prosperità dell'Europa dopo la guerra sia arrivato a questo punto?

Negli anni della mia giovinezza, un gruppo di visionari guidati da Jean Monnet trasformò la Comunità europea del carbone e dell'acciaio dapprima nel Mercato comune europeo, poi nell'Ue. Molti della mia generazione sostennero con entusiasmo tale processo.

Io stesso consideravo l'Ue come la realizzazione del concetto di società aperta. Si trattava di un'associazione volontaria di stati paritari che si univano tra loro e sacrificavano aspetti della propria sovranità per il bene comune. Ancora oggi, l'idea di un'Europa intesa come società aperta è per me motivo d'ispirazione.

Tuttavia, dalla crisi finanziaria del 2008, l'Ue sembra aver smarrito la strada. Ha adottato un programma di austerità fiscale che ha portato alla crisi dell'euro e trasformato l'eurozona in un rapporto tra creditori e debitori, in cui i primi hanno fissato le condizioni che i secondi dovevano soddisfare, ma non sono riusciti a farlo. Ciò ha prodotto una relazione che non è né volontaria né paritaria, bensì l'esatto contrario del credo alla base dell'Ue.

Di conseguenza, oggi molti giovani considerano l'Ue come un nemico che li ha deprivati del lavoro e di un futuro stabile e promettente. E i politici populisti hanno sfruttato questo malcontento per dare vita a partiti e movimenti antieuropeisti.

In seguito, nel 2015, c'è stato l'afflusso dei rifugiati. Inizialmente, la gente tendeva a mostrare solidarietà e comprensione per la difficile situazione dei profughi che fuggivano da repressioni politiche o guerre civili, ma non voleva rischiare che la vita quotidiana venisse turbata da un collasso dei servizi sociali. Presto, però, è subentrato nelle persone un senso di disillusione dovuto all'incapacità delle autorità di far fronte alla crisi.

In Germania, ciò ha fatto sì che il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) si rafforzasse nel giro di poco fino a diventare oggi il maggiore partito di opposizione del paese. In Italia, che recentemente ha vissuto un'esperienza simile, le ripercussioni politiche sono state ancor più disastrose: i Cinque Stelle e la Lega, entrambi partiti antieuropeisti, sono quasi arrivati a governare. E ora l'Italia si avvia verso nuove elezioni in pieno caos politico.

Di fatto, l'Europa intera è stata stravolta dalla crisi dei rifugiati. Leader senza scrupoli l'hanno sfruttata anche se il loro paese è stato a malapena coinvolto nell'accoglienza. In Ungheria, il primo ministro Viktor Orbán ha basato la sua campagna elettorale su false accuse nei miei confronti di voler inondare l'Europa, Ungheria compresa, di rifugiati musulmani.

Adesso Orbán si spaccia per paladino della sua versione di un'Europa cristiana, che sta sfidando i valori su cui è fondata l'Ue, con l'obiettivo di assumere la leadership dei partiti cristiano-democratici che rappresentano la maggioranza nel Parlamento europeo.

In tutto questo, gli Stati Uniti hanno contribuito ad aggravare i problemi dell'Ue. Optando per un ritiro unilaterale dall'accordo sul nucleare iraniano del 2015, il presidente Donald Trump ha di fatto distrutto l'alleanza transatlantica, mettendo ancor più sotto pressione un'Europa già tormentata. Affermare che l'esistenza stessa dell'Europa è in pericolo non è più un modo di dire, bensì la cruda realtà.

Cosa si può fare?
L'Ue deve affrontare tre problemi urgenti: la crisi dei rifugiati, la politica di austerità che ha rallentato lo sviluppo economico dell'Europa, e la disintegrazione territoriale, di cui la Brexit è un esempio emblematico. Riportare la crisi dei rifugiati sotto controllo potrebbe essere un ottimo punto di partenza.

Ho sempre sostenuto che la ripartizione dei rifugiati tra i paesi dell'Europa deve avvenire su base volontaria. Gli stati membri non dovrebbero essere costretti ad accogliere rifugiati che non vogliono nel proprio territorio, mentre i rifugiati non andrebbero obbligati a stabilirsi in paesi in cui non vogliono andare.

A questo principio dovrebbe ispirarsi la politica europea sull'immigrazione. L'Europa deve anche riformare o revocare urgentemente il cosiddetto regolamento di Dublino, che ha comportato un onere eccessivo per l'Italia e altri paesi del Mediterraneo, con conseguenze politiche disastrose.

L'Ue deve proteggere i propri confini esterni, ma anche lasciare una porta aperta ai migranti legali. Gli stati membri, a loro volta, non devono chiudere le proprie frontiere interne. L'idea di un'“Europa-fortezza” chiusa ai rifugiati politici e ai migranti economici non solo viola la legge europea e internazionale, ma è anche totalmente irrealizzabile.

L'Europa vuole tendere una mano all'Africa e ad altre parti del mondo in via di sviluppo offrendo un aiuto sostanziale ai regimi tendenti alla democrazia. Questo è l'approccio giusto, poiché consente a questi governi di fornire istruzione e occupazione ai loro cittadini che, perciò, avrebbero meno ragione di intraprendere quello che spesso è un pericoloso viaggio verso l'Europa.

Rafforzando i regimi democratici nel mondo in via di sviluppo, un “piano Marshall per l'Africa” a guida Ue contribuirebbe anche a ridurre il numero dei rifugiati politici. A quel punto, i paesi europei potrebbero accogliere migranti provenienti da questi e altri paesi per soddisfare le proprie esigenze economiche in base a un processo strutturato. In questo modo, la migrazione diventerebbe un fenomeno volontario sia dal lato dei migranti che da quello degli stati di accoglienza.

La realtà odierna, tuttavia, è ben lontana da questo ideale. Per prima cosa, l'Ue non ha ancora una politica unica sull'immigrazione. Ogni stato membro segue la propria, che spesso è in conflitto con gli interessi degli altri stati.

In secondo luogo, l'obiettivo principale della maggior parte dei paesi europei non è promuovere lo sviluppo democratico in Africa e in altre parti del mondo, bensì arginare il flusso dei migranti. Ciò dirotta un'ampia quota di fondi disponibili verso loschi accordi con dittatori locali, che vengono corrotti per impedire ai migranti di attraversare il loro territorio, o per reprimere i tentativi dei propri concittadini di abbandonare il paese. Nel lungo termine, questa strategia è destinata ad aumentare, anziché diminuire, il numero dei rifugiati politici.

Terzo, c'è una deplorevole carenza di risorse finanziarie. Un piano Marshall per l'Africa degno di questo nome richiederebbe almeno 30 miliardi di euro (35,4 miliardi di dollari) l'anno, per un certo numero di anni. Gli stati membri dell'Ue possono coprire solo una piccola parte di questa somma, quindi, dove si possono reperire i fondi necessari?

È importante riconoscere che la crisi dei rifugiati è un problema europeo che richiede una soluzione a livello europeo. L'Ue vanta un'elevata affidabilità creditizia, e la sua capacità di indebitamento è ampiamente inutilizzata. Quand'è che tale capacità dovrebbe essere sfruttata, se non durante una crisi esistenziale? Storicamente, il debito nazionale è sempre cresciuto in tempi di guerra. A dire il vero, incrementare il debito nazionale è in contrasto con l'ortodossia prevalente che sostiene l'austerità; ma l'austerità è essa stessa un fattore che concorre ad alimentare la crisi in cui versa l'Europa.

Fino a poco tempo fa, si sarebbe potuto affermare che l'austerità sta funzionando: l'economia europea è in graduale ripresa, e l'Europa non deve far altro che continuare su questa strada. Guardando avanti, però, l'Europa si trova ora ad affrontare il fallimento dell'accordo sul nucleare iraniano e la distruzione dell'alleanza transatlantica, che è destinata ad avere un effetto negativo sulla sua economia e causare ulteriori stravolgimenti.

La forza del dollaro sta già accelerando una fuga dalle valute emergenti, e c'è il rischio che si vada incontro a un'altra grave crisi finanziaria. Lo stimolo economico di un piano Marshall per l'Africa e altre parti del mondo in via di sviluppo arriverebbe proprio al momento giusto, e questo è ciò che mi ha spinto a presentare una proposta fuori dagli schemi per finanziarlo.

Senza scendere troppo nei dettagli, segnalo solo che la mia proposta prevede un meccanismo ingegnoso, una società veicolo, che consentirebbe all'Ue di sfruttare i mercati finanziari a un tasso molto vantaggioso senza incorrere in un obbligo diretto per sé o per i suoi stati membri, offrendo inoltre notevoli benefici contabili. Per giunta, sebbene si tratti di un'idea innovativa, è già stata sperimentata con successo in altri contesti, come le obbligazioni municipali garantite dalle entrate generali negli Stati Uniti e i cosiddetti fondi di intervento per combattere le malattie infettive.

Ma quello che voglio soprattutto dire è che l'Europa deve intraprendere un'azione drastica per sopravvivere alla sua crisi esistenziale; in altri termini, l'Ue deve reinventare se stessa.

Un simile intervento dovrà partire dal basso. La trasformazione della Comunità del carbone e dell'acciaio nell'Unione europea è stata una decisione imposta dall'alto e ha funzionato a meraviglia. Ma i tempi sono cambiati. La gente comune si sente esclusa e ignorata, e per questo ora bisogna guardare a una forma di collaborazione che coniughi l'approccio verticistico delle istituzioni europee con le iniziative dal basso che servono a coinvolgere l'elettorato.

Dei tre problemi urgenti prima menzionati, ne ho affrontati due, lasciando per ultimo quello della disintegrazione territoriale, esemplificato dalla Brexit. Si tratta di un processo estremamente dannoso, che nuoce a entrambe le parti. Ma una proposta che si presenta come un'arma a doppio taglio può essere trasformata in una situazione vantaggiosa per tutti.

Il divorzio sarà un processo lungo, che probabilmente impiegherà più di cinque anni – quasi un'eternità in politica, soprattutto in un momento rivoluzionario come quello attuale. In ultima analisi, spetta ai cittadini britannici decidere cosa vogliono fare, ma sarebbe meglio se tale decisione fosse presa il prima possibile. Questo è l'obiettivo del movimento Best for Britain, a cui ho dato il mio sostegno. Tale movimento ha contribuito a ottenere un importante voto parlamentare su un provvedimento che prevede l'opzione di non uscita prima del completamente della Brexit.

La Gran Bretagna farebbe all'Europa un enorme favore annullando la Brexit ed evitando, in tal modo, di creare un vuoto difficile da colmare nel bilancio europeo. Ma i suoi cittadini devono esprimere il proprio sostegno a quest'idea con un margine convincente per essere presi sul serio dall'Europa. L'obiettivo di Best of Britain nel coinvolgere l'elettorato è proprio questo.

Le argomentazioni economiche per continuare a far parte dell'Ue sono solide, ma si sono delineate con chiarezza solo negli ultimi mesi e ci vorrà del tempo prima che vengano recepite. Nel frattempo, l'Ue dovrà trasformare se stessa in un'organizzazione di cui paesi come la Gran Bretagna vorrebbero far parte, rafforzando così anche le argomentazioni politiche.

Un'Europa di questo tipo differirebbe da quella attuale per due aspetti importanti. Il primo è che opererebbe una netta distinzione tra l'Ue e l'eurozona; il secondo è che riconoscerebbe che l'euro è accompagnato da molti problemi irrisolti, a cui però non dev'essere consentito di distruggere il progetto europeo.
L'eurozona è disciplinata da trattati ormai antiquati secondo cui gli stati membri dell'Ue devono adottare l'euro se e quando ne hanno i requisiti. Ciò ha creato una situazione assurda per cui paesi come la Svezia, la Polonia e la Repubblica ceca, che hanno dichiarato esplicitamente di non voler adottare la moneta unica, vengono ancora descritti e trattati come “pre-in”.

L'effetto non riguarda solo la facciata. Il quadro esistente ha trasformato l'Ue in un'organizzazione nella quale l'eurozona rappresenta il nucleo interno, con gli altri stati membri relegati a una posizione secondaria. Il presupposto sottinteso è che, pur viaggiando a velocità diverse, vari stati membri condividono tutti la stessa destinazione. Tale presupposto, però, ignora che un certo numero di paesi membri ha espressamente rifiutato l'obiettivo Ue di una “unione ancora più stretta”.

Questo obiettivo andrebbe senz'altro abbandonato. Invece di un'Europa a più velocità, bisognerebbe puntare a un'“Europa a più livelli” che offra agli stati membri una più ampia gamma di scelte. Ciò avrebbe un effetto benefico di ampia portata. Attualmente, l'atteggiamento verso la cooperazione è negativo: gli stati membri vogliono riaffermare la propria sovranità anziché cederne ancora. Ma se la cooperazione producesse dei risultati positivi, tale sentimento potrebbe migliorare e alcuni obiettivi, come quello della difesa, che oggi si realizzano meglio quando c'è una coalizione di volontà, potrebbero sollecitare una partecipazione collettiva.

La cruda realtà potrebbe costringere gli stati membri a mettere da parte i propri interessi nazionali per preservare l'Ue. Questo è stato l'appello rivolto dal presidente francese Emmanuel Macron nel discorso pronunciato ad Aachen, dove ha ricevuto il premio Charlemagne, che è stato cautamente appoggiato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, pienamente cosciente dell'opposizione che incontra in patria. Se Macron e Merkel riuscissero nel loro intento, nonostante i vari ostacoli, riprenderebbero le orme di Monnet e del suo gruppo di visionari. Ma quel gruppo ristretto dovrà essere sostituito da un notevole incremento delle iniziative pro-Europa a livello popolare. Insieme alla mia rete di Open Society Foundations, farò il possibile per assicurare a queste azioni il sostegno necessario.

Per fortuna, se non altro Macron è ben consapevole della necessità di allargare la base di sostegno e la partecipazione popolare al processo riformistico europeo, come si evince dalla sua proposta di avviare delle consultazioni con i cittadini. Il Festival economico di Trento, un grande raduno organizzato da gruppi della società civile quando l'Italia era senza governo, avrà luogo dal 31 maggio al 3 giugno. Spero che l'evento abbia successo e diventi un esempio da emulare per future iniziative della società civile.
Traduzione di Federica Frasca
George Soros, presidente del Soros Fund Management e della Open Society Foundations, è l'autore del libro intitolato The Tragedy of the European Union: Disintegration or Revival? (La Tragedia dell'Unione europea: disintegrazione o rinascita?).
Copyright: Project Syndicate, 2018
www.project-syndicate.org

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