SALE IN ZUCCA

L’Europa non è il Titanic ma contro l’iceberg rischiamo di schiantarci noi

di Giancarlo Mazzuca

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

Al telefono, Paolo Savona, ministro per gli affari europei, mi conferma quanto aveva già detto in questi giorni: «Non ho alcuna intenzione di dimettermi!». Anche con il sottoscritto l'economista sardo ha così voluto ribadire - lui che veniva definito il “cigno nero”, l'euroscettico per eccellenza – di voler andare avanti ma pure lui è convinto, al di là della cena Conte-Juncker di sabato, che l'Europa val bene una messa: meglio evitare lo scontro a 360 gradi con Bruxelles.

Sarebbe stato paradossale il fatto che proprio l'involontario responsabile del primo “no” di Mattarella al governo gialloverde perché ritenuto un ministro anti-europeo, fosse pronto ad immolarsi per la causa europea e dare, così, l'esempio ai suoi colleghi, a cominciare da Tria che continua a sedere in via Veneto nella poltrona che, in un primo momento, avrebbe dovuto occupare lui.

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Savona ha ragione ad essere oggi cauto perché negli ultimi giorni sono emersi chiaramente quali sarebbero i rischi di un muro contro muro tra noi e la Comunità che per l'Italia si tradurrebbe in un vero e proprio “harakiri”. Ma la guerra totale si rivelerebbe un “boomerang” per la stessa Ue. Al riguardo dovremmo ricordarci quali furono le ripercussioni per tutto il Vecchio Continente del caso-Grecia quando Atene, che è pure poca cosa rispetto al Belpaese, fece “splash”.

Almeno fino all'altro giorno, c'era una specie di “vallum Adriani” tra Roma e Bruxelles che finiva per ribadire l'assenza di qualche passo avanti nell'integrazione europea. Basterebbe rileggere le dichiarazioni anti - italiane pronunciate negli ultimi mesi da molti esponenti politici al di là delle Alpi per comprendere come anche l'Europa avesse imboccato una strada sbagliata verso una crisi senza ritorno. Lo stesso sovranismo, che alle prossime Europee darà molto filo da torcere all'europeismo, non è la causa ma l'effetto di anni e anni di politiche legate al “particulare”, senza una visione strategica globale. Mai come adesso i “partner” europei avrebbero grandissimo bisogno di investimenti produttivi da parte di quei Paesi membri che, concentrati sul rigore in casa propria, finiscono, così, per non stimolare l'economia dell' intero continente.

E' il caso, soprattutto, della Germania che - con una continua contrazione del proprio debito e con un “surplus” sempre più grande del bilancio nazionale - rischia davvero di diventare la principale responsabile di una politica economica europea sempre più miope. I tedeschi - con il bilancio pubblico che si ritrovano e con le grandi potenzialità di spesa - avrebbero tantissime opportunità di investimento oltre-confine, ma la Merkel continua a concentrarsi sui problemi interni: “sturm und drang” finché si vuole, ma solo in casa propria. Se alla politica di Berlino aggiungiamo altre difficoltà, gli scenari europei diventano veramente tempestosi. E' il caso di Londra: gli sviluppi della Brexit dovrebbero fare riflettere quegli italiani che, almeno a parole, si dicono pronti ad abbandonare la nave comunitaria. L'Europa non è il “Titanic” ma contro l' “iceberg” della crisi rischiamo di schiantarci noi.

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