la questione migratoria

L’Europa del nord sedotta dai nazionalisti

di Valerio Castronovo

(Ansa)

3' di lettura

I duri contrasti sulla questione migratoria emersi nel recente vertice di Bruxelles hanno messo in luce le divisioni in proposito esistenti da tempo sotto traccia fra i partner della Ue e mai prima d’ora manifestatesi in termini così recisi da suscitare il rischio di un’implosione dell’Europa a 28. Un rischio che è stato scongiurato a stento da una soluzione di compromesso al ribasso, come quella di una “solidarietà”, in tema di gestione dei flussi migratori, basata sulla disponibilità ad applicarla da parte di una “coalizione di volonterosi”, ognuno a modo proprio.

Nel mezzo delle risse avvenute prima che si riuscisse a districare l’aggrovigliata matassa dei nodi man mano accumulatisi in materia migratoria, l’attenzione si è concentrata, da un lato, sulle rivendicazioni del governo giallo-verde italiano e, dall’altro, sulla linea di condotta del Gruppo di Visegrad (affiancato dall’Austria di Sebastian Kurz). Poiché da Roma si puntava a una totale revisione del regolamento di Dublino e da Budapest e Varsavia non s’intendeva deflettere da un’assoluta contrarietà alla ricollocazione per quote dei profughi richiedenti asilo. Di fatto, a uscire vincitori della contesa sono stati ungheresi e polacchi, mentre Angela Merkel ha salvato in extremis il suo governo da una grave crisi politica, grazie al faticoso accordo raggiunto col suo ministro dell’Interno e presidente della Csu Horst Seehofer, sulla creazione di “centri di transito” per l’identificazione degli immigrati e il respingimento dalla Germania di quanti risultano già registrati nei Paesi di primo arrivo. Ciò che inguaierà in particolare l’Italia.

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Frattanto si è perso di vista l’atteggiamento dei Paesi baltici e scandinavi, malgrado non siano rimasti avulsi dalla partita in gioco sul problema dei migranti. In passato quelli del Nord Europa s’erano distinti per la larga ospitalità riservata sia ai profughi in fuga da tante “aree calde” del mondo tormentate da guerre e terrorismo, sia agli immigrati in cerca di fortuna provenienti da contrade afflitte da fame e degrado civile. In particolare, la Svezia aveva accolto dal 2002 una gran massa di extracomunitari, dopo che alle elezioni di quell’anno i socialdemocratici di Göran Persson avevano riconquistato la guida del governo grazie all’attaccamento dei loro connazionali a un generoso sistema di welfare. Tuttavia il Partito liberale, guidato da Lars Leijonborg, giunto a quadruplicare i suoi suffragi, aveva cominciato da allora a invocare norme più severe in fatto di immigrazione e il passaggio al setaccio delle attività esercitate dagli extracomunitari residenti a Stoccolma e altrove. Anche in Olanda si era cominciato, nel corso del tempo, a stringere i freni all’immigrazione in seguito all’ascesa del Partito populista di Geert Wilders giunto poi, nelle elezioni del 15 marzo 2017, a raccogliere tanti consensi, a danno dei laburisti, da condizionare qualsiasi genere di maggioranza nel Parlamento dell’Aja.

Nel frattempo uno sciame di movimenti nazional-populisti s’era diffuso in altri Paesi nordici. In Danimarca s’era cominciato così a sbarrare le porte all’immigrazione, in seguito all’avanzata dell’estrema destra, e in Finlandia era avvenuta una sterzata analoga; mentre era cresciuto nel Regno Unito l’ascendente di Nigel Farage, leader di un partito come l’Ukip, antieuropeista e avverso all’immigrazione. Così pure era accaduto in Belgio in seguito alla comparsa del partito fiammingo del Vlaams Belang; ma soprattutto in Svezia erano cresciute le fortune elettorali dell’ultradestra da Malmö (la città che contava proporzionalmente più immigrati) ad altri grandi centri urbani, e aumentati anche gli episodi di violenza e antisemitismo. Inoltre l’attentato con cui un killer dell’Isis aveva provocato a Stoccolma il 7 aprile 2017, con un camion lanciato sulla folla, quattro morti e numerosi feriti, ha moltiplicato le tensioni e l’insofferenza verso i rifugiati di fede musulmana. Tanto che i precedenti modelli dell’integrazione e dell’assimilazione sono andati scricchiolando.

Nel frattempo, i principali leader populisti e sovranisti (fra cui Marine Le Pen e Matteo Salvini) avevano siglato a Coblenza, nel gennaio 2017, una sorta di “Santa Alleanza” contro l’integrazione politica europea e la globalizzazione, nonché per un blocco totale dell’immigrazione.

Adesso la formazione di una “Lega delle Leghe”, ossia di un fronte di destra radicale di massa e transnazionale, è divenuta l’obiettivo (in vista delle elezioni europee del maggio 2019), a cui ha fatto riferimento, nel raduno del Carroccio di domenica scorsa a Pontida, Matteo Salvini, che si propone di incontrare presto a tal fine l’olandese Wilders e il capo del partito nazionalista svedese Jimmie Åkesson.

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