Il rapporto con gli Usa

L’Europa parassita e l’autonomia strategica

di Sergio Fabbrini

(Adobe Stock)

4' di lettura

Il dramma di Kabul sta umiliando gli americani così come gli europei. Gli americani pagano per scelte che hanno fatto, noi per scelte che non abbiamo avuto il coraggio di fare. Soffriamo le conseguenze del fallimento della politica estera americana, anche perché ci siamo accodati ad essa, non avendone una nostra. Chiamiamo le cose con il loro nome: siamo dei parassiti. Come tutti i parassiti, dipendiamo dal corpo che ci ospita. Se quest’ultimo sta bene, allora anche noi ne beneficiamo. Se quest’ultimo sta male, anche noi ne avvertiamo le conseguenze. È un destino inevitabile essere i parassiti degli americani? Non credo proprio.

Esattamente 67 anni fa, il 30 agosto del 1954, il parlamento francese, attraverso un accorgimento procedurale, votò contro l’istituzione di una Comunità europea della difesa (Ced). La Ced prevedeva la formazione (tra le altre cose) di un esercito europeo, attraverso il quale sarebbe stato possibile avviare un riarmo (limitato) della Germania.

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Il voto contrario dei deputati francesi fu dovuto a ragioni contingenti, ma le conseguenze di quel voto si avvertirono per anni. L’Europa che si stava integrando rinunciò così a integrarsi sul piano politico-militare (come sperava Altiero Spinelli), per focalizzarsi esclusivamente sull’integrazione economico-commerciale (come proponeva Jean Monnet). La sicurezza europea fu delegata agli americani che, attraverso la NATO (cui aderì la Germania nel maggio successivo), diventarono la ‘nuova potenza europea' che teneva sotto controllo le ‘vecchie potenze europee'. Così, fino alla fine della Guerra Fredda e al Trattato di Maastricht del 1992, le politiche della difesa e della sicurezza non sono mai entrate nell’agenda dell’Europa integrata. A Maastricht, furono finalmente riconosciute come politiche europee, a condizione però che venissero controllate dai governi nazionali. Tutti i Trattati successivi hanno cercato di promuovere una politica estera europea, creando addirittura la figura dell’Alto Rappresentante (pensato come una sorta di ministro europeo degli Esteri), ma le aspettative sono state regolarmente deluse dalla scarsità di capacità e di volontà per raggiungerle.

La si è raggiunta, una politica estera comune, solamente in quei (pochi) casi in cui vi era una convergenza di visioni o di interessi tra i principali Paesi europei (come nell’accordo del 2015 sul controllo del nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action), ma generalmente essa è stata ostacolata dalle divergenze tra gli Stati membri (e dal potere di veto ad essi riconosciuto). Certamente, gli europei hanno esercitato un’importante influenza internazionale attraverso il soft power degli aiuti economici, delle cooperazioni normative, degli accordi commerciali. E, comunque, poiché il monopolio dell’hard power era degli americani, il deal per noi era molto vantaggioso. Noi investiamo sul welfare state, loro si fanno carico del security state. L’ipocrisia non è mai stata una nostra risorsa scarsa.

Da tempo, però, quel deal non funziona più. Gli americani sono sempre meno capaci di garantire la nostra sicurezza, anche perché hanno difficoltà a garantire la propria. Condizionati dalle divisioni della loro politica interna, non riescono più a raggiungere l’unità nella politica estera. Se è vero che gli europei sono liberi (e democratici) grazie agli americani, è anche vero che questi ultimi di errori ne hanno commessi non pochi, anche quando non erano divisi. Necessariamente, l’interesse americano e l’interesse europeo divergono (per ragioni legate alla geografia, all’economia e alla storia), anche se tale divergenza è interna a un condiviso sistema di valori (liberali e democratici). L’occidente è pluralista, per fortuna. È in tale contesto che gli europei dovrebbero costruire la loro open strategic autonomy. Una strategia europea sostenuta da risorse autonome ma aperta alla collaborazione con le altre democrazie, a cominciare da quella americana. Un’Europa non-parassitaria, che si fa carico della propria sicurezza alleggerendo il peso finora sostenuto dagli americani, può acquisire la legittimità per criticare questi ultimi (quando e se necessario). Ma ciò richiede un cambiamento di paradigma. Non si possono mantenere 27 strutture militari che sono la replica l’una dell’altra. Né si può sperare di camminare tutti insieme, in attesa che l’uno o l’altro governo nazionale tolga il veto a una decisione non condivisa. Né si può continuare a pensare (Francia) di essere una grande potenza perché si ha il seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (quando si dispone di un’autonomia militare operativa inferiore alle due settimane, come si è visto nell'intervento in Libia del 2011) oppure perché (Germania) si ha un enorme surplus commerciale (come se il mondo fosse fatto solamente di interessi economici). Occorre sostituire gli egocentrismi nazionali con una visione europea. Come, va ricordato, ha chiesto il parlamento italiano nella seduta di martedì scorso, unendo i partiti di governo e di opposizione. Dobbiamo riprendere il filo spezzatosi il 30 agosto 1954, creando un’Europa della difesa che, all’interno della Nato, riequilibri il rapporto con gli americani. In un «mondo di nessuno» (Charles A. Kupchan), l’alleanza tra americani ed europei è necessaria per tenerne sotto controllo le spinte centrifughe.

Insomma, il dramma di Kabul colpisce gli europei quanto gli americani. Occorre guardare la realtà, dismettendo la facile retorica che nasconde il nostro parassitismo. È ora per l’Europa di diventare adulta, acquisendo una visione realista del mondo, pur non rinunciando ai suoi ideali.

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