la crisi dei partiti

L’Europa della politica fragile: sono 14 i governi di minoranza

di Beda Romano


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Imagoeconomica

3' di lettura

La scena politica europea è diventata un mosaico terribilmente confuso e fragile. Accanto ai paesi ormai governati dai partiti più radicali ed estremisti o dove lo stato di diritto è addirittura messo in dubbio, si stanno moltiplicando i paesi guidati da governi di minoranza. La tendenza non è banale. Rischia di complicare il futuro della politica comunitaria e di influenzare le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

«Oggi vi sono non meno di 13 paesi nell’Unione europea guidati da governi minoritari», ha detto martedì 18 dicembre alla Camera dei rappresentanti a Bruxelles il premier Charles Michel. L’attuale esecutivo belga ha portato il numero a 14, dopo che gli autonomisti fiamminghi della N-VA hanno deciso di lasciare il governo. L’uomo politico liberale francofono è stato costretto a rassegnare le dimissioni, e il Belgio è ora gestito da un governo minoritario in attesa delle elezioni fissate in maggio.

Non è il solo paese. In Spagna, in Danimarca, a Cipro, in Irlanda, in Portogallo, in Svezia, in Croazia, nella Repubblica Ceca, in Lituania, in Slovenia, nel Regno Unito, in Estonia e in Slovacchia i partiti che formano il governo in carico hanno meno del 50% dei seggi in Parlamento, secondo fonti di stampa. In molti casi, questi esecutivi vedono la luce per via di una crescente frammentazione del quadro politico e del desiderio di mantenere all’opposizione i partiti più estremisti o ritenuti populisti.

Spiega Miguel Poiares Maduro, ex ministro portoghese dello sviluppo regionale e attualmente professore all’Istituto universitario europeo di Firenze: «Il difetto dei governi minoritari è che prima di tutto tendono a guardare al breve termine e non hanno la possibilità di intervenire politicamente in modo duraturo. In secondo luogo, proprio perché minoritari, paradossalmente sono spesso vittime della contaminazione dai partiti più estremisti».

Il caso spagnolo è eclatante. Il giovane primo ministro socialista Pedro Sanchez è arrivato al potere nel giugno scorso con un voto di sfiducia costruttiva nei confronti del precedente esecutivo guidato dal popolare Mariano Rajoy. Il nuovo governo è sostenuto in Parlamento da appena 84 deputati su 350 (il 24,4% del totale). Paradossalmente, non può fare a meno dell’appoggio esterno di Podemos e dei nazionalisti baschi e catalani per far approvare le misure decise in consiglio dei ministri.

Dal canto suo, Michel De Waele, professore all’Université libre de Bruxelles, nota il rischio di «una democrazia di bassa qualità». I 14 paesi appena menzionati vanno ad aggiungersi alla Polonia, all’Ungheria, alla Romania, dove molti ritengono che lo stato di diritto sia ormai a rischio. In Austria, al potere è una maggioranza di destra, segnata dalla presenza dai nazionalisti della FPÖ. In Italia, guida il paese una coalizione che raggruppa la destra della Lega e la sinistra del Movimento Cinque Stelle.

Il professor Maduro teme il perdurare di un ciclo politico vizioso nel quale governi fragili indeboliscono l’Unione, la sua legittimità e la sua popolarità, rendendola meno efficace e quindi ancor più criticabile dalle forze politiche più estremiste. «Da un punto di vista sociale – spiega il docente portoghese – la globalizzazione e ancora di più la digitalizzazione stanno avendo la stessa influenza della rivoluzione industriale, con un fortissimo impatto redistributivo della ricchezza».

Stiamo quindi assistendo a una ridefinizione del dibattito politico. Accanto ai partiti più radicali sono nati anche movimenti più centristi come En Marche in Francia e Ciudadanos in Spagna. Due sono i rischi di questa situazione. Il primo è che i governi siano spesso deboli e poco incisivi anche nella politica comunitaria. Il voto per il rinnovo del Parlamento europeo in maggio rifletterà la frammentazione delle scene politiche nazionali e quindi rischia di complicare la nascita di una maggioranza a Strasburgo.

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