pitti uomo

L’Europa torna a trainare l’export di moda maschile

di Marta Casadei e Silvia Pieraccini


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3' di lettura

Con le esportazioni che assorbono quasi il 65% dei ricavi, e nel 2016 sono cresciute a un tasso doppio rispetto al fatturato del comparto, le imprese della moda maschile italiana continuano a guardare oltre confine. Nonostante i segnali che arrivano dai mercati internazionali siano incerti e a volte rischiosi da interpretare, con big player come gli Stati Uniti, la Russia e il Far East in attesa di recepire venti di cambiamento che hanno iniziato a soffiare lo scorso anno.

L’attenzione verso i mercati stranieri spiega tutta la sua forza tra i padiglioni della Fortezza da Basso di Firenze, dove domani si conclude Pitti Uomo 91. Gli stand sono affollati da compratori stranieri: molte presenze sono europee. Nel 2016, del resto, il made in Italy si è trovato faccia a faccia con una rinnovata centralità dell’Europa: il mercato, secondo Smi, negli ultimi 12 mesi è cresciuto del 4% trainato da Spagna, Germania e Regno Unito. I piani delle imprese del maschile italiano, tuttavia, vanno oltre.

A confermare il trend è Enzo Fusco, fondatore e amministratore delegato di Fgf Industry, gruppo veneto il cui core brand è Blauer Usa: «Nel 2016 abbiamo cominciato a raccogliere i frutti di una strategia iniziata qualche tempo fa e abbiamo chiuso con i ricavi Blauer a 40 milioni, a +20%», dice l’imprenditore. Il 2017 sarà un anno importante sul fronte export, che oggi pesa per circa il 30% sui ricavi del brand: «Con la collezione che presentiamo in questi giorni a Pitti – continua l’imprenditore - “apriremo” tutti i mercati, Francia inclusa. Attualmente lavoriamo molto bene in Germania, Spagna, Olanda e Belgio. Stiamo investendo anche in Corea del Sud e Giappone». Poi ci sono gli Usa: «Cinque anni fa abbiamo aperto una sussidiaria in Nord America. Ora è venuto il momento di potenziare la presenza di Blauer in loco: essendo un brand di Boston speriamo possa incontrare il gusto della clientela americana», conclude.

Gli Stati Uniti rappresentano un bacino interessante per molti marchi del made in Italy, non solo per l’outerwear. Per brand di calzature come Voile Blanche, nel portfolio della marchigiana Falc, 50 milioni di ricavi: «Un mercato non semplice che noi continuiamo a presidiare partecipando anche a fiere in loco», dice Ombretta Scocco, responsabile marketing di Falc. Ma anche per etichette di abbigliamento sartoriale. Tra queste c’è Lardini, che ha chiuso il 2016 con fatturato a 73 milioni, in linea con l’anno precedente, ma ha incrementato i ricavi del marchio proprio (che ora pesa il 40%) rispetto alle produzioni fatte per terzi, e si prepara ad aprire il primo monomarca italiano lunedì a Milano, in via del Gesù. «Il prossimo progetto è lo sbarco negli Stati Uniti, dove vorremmo aprire un negozio e uno show room – spiegano i fratelli Andrea e Luigi Lardini – e intanto cresciamo in Asia: stiamo espandendo il business in Corea, dove apriremo il quarto negozio a breve, e progettiamo un punto vendita a Tokyo entro il 2017». Anche la Russia dà qualche segnale di ripartenza: «Stiamo crescendo, anche se per adesso la situazione resta incerta».

Si gioca tra Usa e Russia il 2017 di Tombolini, azienda di abbigliamento sartoriale che nel 2016 ha registrato un fatturato di circa 20 milioni, in aumento del 4-5% rispetto al 2015: «Dobbiamo all’estero il 70-75% dei ricavi e nel 2016 abbiamo cercato di puntare su mercati come quelli nordeuropei, e in particolare sulla Germania dove abbiamo aperto un punto vendita con un partner», dice Fiorella Tombolini, figlia del fondatore e titolare. Canada e Usa sono parte di un piano di sviluppo importante per l’azienda marchigiana, che ha riorganizzato la propria produzione dopo lo stop imposto dal Tribunale di Macerata all’attività della società Area 62 (si veda Il Sole 24 Ore del 14 dicembre 2016) : «Speriamo che le politiche del nuovo presidente degli Stati Uniti non vadano a frenarlo». Anche i russi sono clienti importanti: «In loro noto una maggiore tranquillità psicologica che credo preluda al risveglio degli acquisti nel Paese», conclude Tombolini.

Vede una situazione incerta sui mercati internazionali anche Giovanni Inghirami, presidente di Inghirami company, gruppo del tessile-abbigliamento da 90 milioni di fatturato presente al Pitti Uomo con i marchi Ingram, Reporter e Capri. «I negozi tradizionali in Europa sono in difficoltà – spiega Inghirami – e tutte le aziende, compresa la nostra, oggi si stanno dedicando a progetti di e-commerce. Il vero cambiamento sta avvenendo nella distribuzione: sempre più importante sarà la garanzia di trasparenza data dal produttore e la storia che si porta dietro».

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