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L’eurozona e i capitali mancanti

di Alessandro Penati

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(nito - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il dibattito sulla politica economica dell’Eurozona si focalizza sugli aspetti macro come disavanzi pubblici, inflazione, pensioni, mercato del lavoro, tutela del risparmio, aiuti di Stato. Naturale che sia così perché sono questi gli argomenti che toccano le tasche dei cittadini, che sono poi anche elettori. Tuttavia ci si dimentica che uno degli obiettivi dell’Eurozona era costruire un mercato finanziario integrato con dimensioni tali da fornire capitale e debito a sostegno della crescita delle imprese europee, anche tramite aggregazioni e ristrutturazioni, nella competizione sempre più globale con quelle americane e asiatiche. E di farlo in modo efficiente, canalizzando i finanziamenti verso chi è in grado di renderli maggiormente redditizi.

Questioni che non spostano voti ma da cui dipende la crescita economica perché non c’è politica economica che possa surrogare imprese private che si espandono, investono, innovano, e vogliono assumere rischi per realizzare profitti. Lo Stato imprenditore può essere un valido complemento, mai un sostituto.

Per valutare come un sistema finanziario si è evoluto, bisogna guardare ai suoi effetti, ovvero alla struttura finanziaria delle imprese. Una fotografia è resa dal Flusso di fondi del totale delle imprese non finanziarie dell’Eurozona predisposta dalla Bce: una fotografia impietosa perché mostra come, dopo 20 anni, la struttura finanziaria delle imprese europee non è migliorata, semmai indebolita, soprattutto a confronto con quanto avvenuto negli Stati Uniti.

A fine 1999, il rapporto tra debito e capitale delle imprese europee era il 50%: oggi è rimasto identico. Nello stesso periodo, invece, quelle americane si sono ulteriormente rafforzate patrimonialmente, con un rapporto debito/capitale passato dal 47% al 38%. Nel ventennio le imprese europee hanno aumentato l’indebitamento di 2,52 volte, contro il 2,24 negli Usa. L’uso eccessivo della leva da parte delle imprese americane per fare profitti facili è dunque un mito da sfatare. Il caso americano dimostra invece come una Borsa efficiente e sviluppata, e un solido e vasto mercato dei capitali, aiutino le aziende a rafforzarsi, raccogliendo capitale di rischio.

Nel 1999 il 92% dei debiti delle imprese europee erano prestiti bancari; dopo vent’anni siamo ancora all’88%. Il sistema europeo era imperniato sulle banche, e tale è rimasto. Negli Usa già nel 1999 le banche contavano solo per il 41% del debito delle imprese: oggi sono scese al 35%. Nell’Eurozona non si è riusciti a creare un mercato significativo di credito non bancario. Proprio mentre le autorità di regolamentazione dell’Eurozona perseguivano una politica che mira a ridurre la rischiosità degli attivi delle banche e aumentare il loro capitale. Regalando così l’intero mercato della zona euro a un pugno di banche di investimento, in gran parte americane.

E le imprese europee non sono neppure diventate più solide finanziariamente: il loro rapporto debito/ebitda è salito infatti dal 3,6 del 1999 al 4,9 odierno. Ancora più preoccupante tenuto conto che il costo effettivo del debito è caduto dal 4,1% all’1,6%. La politica monetaria della Bce si è trasformata dunque in un mero sussidio per le imprese europee (oltre che per gli Stati), non avendo contribuito a migliorare né la loro struttura finanziaria né la loro redditività: in 20 anni il margine netto è cresciuto in media annua ad appena il 2,8% (5,3% negli Usa), facendo scendere il rendimento sul capitale dal 7,8% al 5,4% (8,8% negli Usa).

Una fragilità finanziaria che preoccupa, specie se i tassi dovessero risalire. E un handicap per le imprese dell’Eurozona, segno evidente di politiche sbagliate.

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