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L’ex ambasciatore Usa in Ucraina: «Trump ha chiesto la mia testa»

Yovanovitch, diplomatica di carriera, ha testimoniato a porte chiuse in Parlamento, sfidando apertamente il presidente che sta cercando di boicottare l’inchiesta sull’Ucraina

di Marco Valsania


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L’ex ambasciatrice americana in Ucraina, Marie Yovanovitch (Ap)

3' di lettura

NEW YORK - Marie Yovanovitch, l'ex ambasciatore americano in Ucraina, ha lanciato in Congresso il suo durissimo atto d'accusa contro Donald Trump e la sua condotta in politica estera: il presidente, ha denunciato, ha per mesi chiesto personalmente la sua testa.

Una richiesta per ragioni oscure e probabilmente legata a campagne infondate e corrotte per screditarla, orchestrate da faccendieri e collaboratori vicino all'avvocato personale del presidente - nonché informale emissario internazionale - Rudy Giuliani.

Il Dipartimento di Stato, ha raccontato Yovanovitch, dopo averla confermato pochi mesi prima l'incarico, l'ha richiamata improvvisamente a Washington, ordinandole di prendere il primo aereo e indicando che Trump aveva perso fiducia in lei. Anche se, le hanno assicurato gli alti ranghi del Ministero, non aveva fatto assolutamente nulla per meritarsi un siluramento.

Yovanovitch, diplomatica di carriera, ha testimoniato a porte chiuse in Parlamento, sfidando la politica dell'amministrazione che ha dichiarato guerra all'inchiesta di impeachment contro il Presidente promossa dalla Camera a maggioranza democratica. Una scelta che vuole imporre il silenzio a tutti i suoi esponenti. La decisione di testimoniare ugualmente le potrebbe costare cara, a cominciare dal posto di lavoro, stando ad alcuni osservatori.

L'impeachment ha al centro proprio l'Ucraina: Trump, come affiorato da trascrizioni di una sua telefonata, ha chiesto apertamente al governo di Kiev di aiutarlo a indagare e trovare scandali che potessero danneggiare il rivale leader democratico Joe Biden, uno dei principali aspiranti alla nomination democratica per la Casa Bianca nel 2020. Giuliani, da anni ormai screditato come politico e avvocato ma molto vicino a Trump di cui si è fatto convinto portavoce, ha da parte sua compiuto missioni in Ucraina per lo stesso motivo su mandato del Presidente. Per portarle a buon fine, in trame che si infittiscono sempre più, ha anche usato due uomini d'affari della Florida di origine russa che sono stati arrestati nelle ultime ore per associazione a delinquere e violazione delle leggi sulle campagne elettorali.

L’INCHIESTA / Arrestati due faccendieri vicini a Rudolph Giuliani

Stando alle sue dichiarazioni in Congresso, ottenute dai media americani, l'ex ambasciatore Usa a Kiev ha testimoniato di aver reagito con «incredulità» alla notizia del suo richiamo in patria per ragioni «basate, per quel che posso sapere, su infondate e false accuse da parte di persone con motivi chiaramente discutibili». Queste voci riportavano di una sua supposta «slealtà» nei confronti dell'amministrazione, ma sono «del tutto fittizie». Ha detto di «non conoscere i motivi per cui Giuliani mi ha attaccato», suggerendo tuttavia che personaggi vicini al legale di Trump «potrebbero avere ragioni finanziarie e ambizioni personali che sono state messe in pericoli dai nostri sforzi anti-corruzione in Ucraina». Ha insomma toccato una rete di interessi politici e personali in un'amministrazione da tempo sotto assedio per conflitti di interesse e scarsa trasparenza.

L'ex ambasciatore ha anche messo in guardia da gravi conseguenze per gli Stati Uniti come protagonista sul palcoscenico globale dello svuotamento in atto della diplomazia americana da parte di scelte irrazionali, erratiche o corrotte: possono rafforzare “bad actors”, nemici del Paese, ha incalzato, che vedono «come sia facile manipolare il nostro sistema attraverso voci e falsità», al servizio di interessi avversari quali quelli della Russia. «Il Dipartimento di Stato è oggi sotto accatto e svuotato dall'interno».

La politica estera di Trump, la sua imprevedibilità e confusione, è nel mirino come mai in queste ore per un'altra gravissima crisi che ha fatto esplodere, quella in Siria. Il presidente ha autorizzato sanzioni contro Ankara dopo aver dato luce verde nei giorni scorsi al leader turco Erdogan per invadere il nord siriano e attaccare le forze curde da sempre avversate dal regime turco ma alleate degli Usa contro Isis. I curdi sono stati così abbandonati a massacri, con notizie di 100mila sfollati e decine di vittime fin dalle prime fasi dell'operazione. La dura protesta anche da parte di numerosi esponenti del partito repubblicano, che hanno denunciato il tradimento di alleati e i danni alla credibilità americana, ha creato pressioni sulla Casa Bianca, spingendola a criticare l'invasione turca.

Il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha annunciato di avere ora ottenuto l'autorizzazione a far scattare se necessario devastanti sanzioni economiche contro Ankara, pur aggiungendo che ancora non sono state messe in atto in attesa di vedere come si comporta Ankara. «Possiamo chiudere l'economia turca se vogliamo», ha detto Mnuchin.

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