La congiuntura

L’export accelera con un +7,8%. Il mercato interno non riparte

L'abbigliamento maschile ha chiuso l'anno con risultati sorprendenti all'estero. Pitti Uomo si aggiorna rimanendo fiera di riferimento globale per affrontare il nuovo scenario

di Silvia Pieraccini


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3' di lettura

Il mercato della moda cambia, i tempi si comprimono, le esportazioni crescono e i multimarca italiani diminuiscono, insieme con i buyer che frequentano le fiere. Dall’alto del podio Pitti Uomo - il più importante salone al mondo di moda maschile, dal 7 al 10 gennaio alla Fortezza da Basso di Firenze - non può stare fermo, obbligato a muoversi verso il futuro per tener fede al ruolo di acceleratore di novità e precursore di strategie aziendali, oltre che di termometro del mercato.

Due sono gli “aggiornamenti” di questa edizione, la 97esima che presenta le collezioni per l’autunno-inverno 2020-2021 di 1.200 marchi per il 45% esteri (con un tasso di rotazione del 22%), organizzata come sempre dalla società fiorentina Pitti Immagine. Tra gli eventi quelli firmati Jil Sander, Stefano Pilati, Telfar, Brioni, K-Way.

La prima novità guarda ai contenuti-moda, e in particolare al formale che rappresenta il “cuore” del Pitti Uomo, il terreno in cui il salone affonda le proprie radici: «Oggi c’è grande attenzione alle capacità di rigenerarsi dell’abbigliamento formale – spiega il direttore generale di Pitti Immagine, Agostino Poletto – per questo abbiamo deciso di rappresentare il “nuovo formale” in modo originale: non tanto attraverso gli stand degli espositori, ma con un evento-sfilata che coinvolgerà una ventina di marchi e si svolgerà alla Fortezza, di fronte al padiglione centrale». Otherwise formal è solo il primo passo di un percorso che proseguirà nei prossimi anni. «È un modo diverso per far vivere la manifestazione al di là delle sezioni espositive – aggiunge Poletto – che contribuisce ad animare la Fortezza e mette in movimento la fiera per ampliarne e modificarne l’identità».

La seconda novità – che ugualmente punta ad arricchire l’offerta della Fortezza, dopo le edizioni passate che facevano leva sugli eventi fuori-fiera – è uno spazio (il Lyceum) battezzato Reflections dedicato non all’abbigliamento ma alle idee, alle parole, alle riflessioni e alle installazioni su sostenibilità, eco-design e eco-retail. Non dunque un’area sulla moda sostenibile, di cui oggi tutti parlano, ma un’offerta ai visitatori del Pitti Uomo di strumenti variegati per affrontare i nuovi scenari: spunti per realizzare negozi con materiali riciclati, esperienze green vissute da professionisti apparentemente lontani come l’archeologo o l’astrofisica, conversazioni su tecnologia, robotica, musica.

In questo modo il Pitti Uomo si rinnova ancora, rimanendo radicato sempre (e solo) a Firenze. Mentre settori come tessile, pelle, oro e mobile hanno scelto da tempo di andare in trasferta fieristica a Shanghai, Londra, New York o Dubai, Pitti Uomo non ha alcuna intenzione di replicarsi altrove. «Il nostro obiettivo resta quello di essere sempre più internazionali ma restando a Firenze – spiega Claudio Marenzi, presidente di Pitti Immagine – e attirando qui espositori e compratori da tutto il mondo, sempre mantenendo la barra puntata sull’eccellenza».

E continua: «Siamo stati i primi ad aprire le porte ai produttori di moda stranieri, e in qualche caso siamo stati pure criticati, ma lo abbiamo fatto fissando regole ben precise sulla qualità. Oggi che questa strategia ha dato frutti, e che tutti vogliono venire al Pitti Uomo, non cambiamo idea. L’obiettivo in fondo è lo stesso di chi porta le fiere all’estero, cioè diventare sempre più internazionali, solo che il nostro percorso è al contrario». Ma ci sono altri due motivi, secondo Marenzi, per cui Pitti Uomo resterà una fiera legata indissolubilmente al territorio: il nome, ispirato a Palazzo Pitti dove all’inizio degli anni Cinquanta nacquero le sfilate di moda; e l’attenzione al made in Italy e alla bellezza italiana, che solo qui si possono far toccare, respirare, apprezzare dai clienti stranieri.

Proprio la risposta dei mercati esteri nel 2019 è stata sorprendente: l’industria italiana della moda maschile, secondo le elaborazioni di Confindustria Moda, ha chiuso l’anno scorso incrementando l’export del 7,8% a 6,9 milardi di euro. Ancora in difficoltà invece il mercato interno: «L’Italia sta scontando pessimismo e delusione - conclude Marenzi - e i consumi ne risentono più di quanto consenta l’economia reale. Per fortuna Asia e Usa stanno marciando, mentre preoccupa la Russia che per la moda di lusso è un mercato importante».

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