Lo scenario

L’export non basta per evitare il rischio della crescita zero

Il nuovo governo regionale sarà davanti al solito dilemma: spingere le imprese competitive o i territori in ritardo. Il nodo delle infrastrutture e la spinta degli investimenti esteri

di Silvia Pieraccini


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Il tram Sirio prodotto negli stabilimenti Hitachi Rail di Pistoia e in funzione a Firenze

3' di lettura

Presa tutta insieme, l’economia toscana soffre delle difficoltà comuni a gran parte delle regioni italiane più sviluppate, tanto più adesso con gli effetti del coronavirus che si allungano sul turismo e sull’export. Il 2020 sarà un anno con una crescita vicina allo zero, che segue un 2019 modesto (+0,5% il Pil regionale stimato dall’Irpet, “salvato” ancora una volta dalle esportazioni) anche sul fronte dell’occupazione.

Eppure le statistiche nascondono settori, territori e aziende brillanti, che stanno correndo a ritmi sostenuti e che investono, assumono, crescono. I settori manifatturieri più dinamici sono la farmaceutica, la pelletteria, la carta, anche se sulla pelle, così come sull’intera industria della moda di lusso, l’effetto-coronavirus rischia di farsi sentire con forza a causa della contrazione dello shopping degli asiatici. Ad andare meglio è l’area interna della Toscana, mentre le difficoltà restano sulla Costa, nelle province di Massa-Carrara, Livorno e Grosseto, e sono legate alla siderurgia, all’automotive e, più in generale, alla scarsa presenza di manifattura di qualità.

In questo scenario, che da tempo viene indicato come quello delle due Toscane (o tre, se si considerano i territori periferici), si annida il Grande dilemma (economico) del governo regionale che verrà eletto a maggio. «Se hai poca acqua, puoi decidere di bagnare il terreno arido oppure di innaffiare quello fertile», dice il direttore dell’Irpet, Stefano Casini Benvenuti. Fuor di metafora, il futuro governatore - che prenderà il posto di Enrico Rossi (non più rieleggibile), per dieci anni presidente dopo essere stato per un altro decennio assessore regionale alla Sanità - potrà scegliere di concentrare le risorse sui comparti e sulle aziende più performanti, provando a costruire un ambiente (ancora più) favorevole al loro sviluppo e sperando che queste trainino così pezzi di filiere e realtà più piccole e meno strutturate; oppure potrà preferire una sorta di finanziamento “a pioggia”, che abbraccia anche i territori e i settori più deboli e meno agganciati alle traiettorie di crescita, per tentare di farli emergere, rinforzare, sviluppare. È un bivio strategico, da cui può dipendere il futuro della Toscana.

L’attuale governo regionale aveva tentato di imboccare la prima strada, allargando i fondi europei (per la prima volta) alle grandi aziende e finanziando solo le imprese “dinamiche”. La strategia è stata abbozzata ma non è andata fino in fondo.

Sul tavolo restano nodi atavici, a partire da quello delle infrastrutture con la stazione fiorentina dell’Alta velocità ancora da costruire, la pista dell’aeroporto di Firenze da allungare, il Corridoio tirrenico Livorno-Civitavecchia da completare così come la Due Mari Grosseto-Fano, l’ampliamento a mare del porto di Livorno, la cosiddetta Darsena Europa, da costruire. Ma restano anche nodi come la formazione professionale, con la necessità di avvicinare il mondo del lavoro alla scuola e all’Università e di progettare percorsi utili a soddisfare i bisogni professionali delle aziende (anche di quelle che hanno investito nell’industria 4.0 e che hanno bisogno di adeguare le competenze dei lavoratori), o quello dei rifiuti urbani e industriali, con gli impianti rimasti al palo e i costi (per cittadini e aziende) che salgono, o ancora il decollo “industriale” dell’economia circolare.

Dalla sua, la Toscana può vantare una efficace strategia di attrazione degli investimenti, affidata alla struttura InvestinTuscany e “premiata” anche nell’ultimo report del Financial Times 2020-2021 (tra le medie regioni europee è al quarto posto, unica italiana), un turismo in crescita (prima del coronavirus), fonti rinnovabili uniche come la geotermia e un brand legato alla bellezza del paesaggio che ha ancora margini di valorizzazione.

Nell’immediato l’imperativo sarà arginare il rallentamento dell’export, che ha cominciato a farsi sentire nell’ultimo trimestre del 2019. Negli ultimi dieci anni le vendite estere hanno salvato l’economia Toscana e l’export (vedere grafico in pagina) è passato da un peso del 25-27% all’inizio degli anni Duemila a quello - probabile - del 40% che si potrebbe raggiungere nel 2019 (l’Istat li diffonderà l’11 marzo). Si tratterebbe di 43 miliardi di export su 107 miliardi di Pil, un grande risultato attenuato solo dal fatto che - come spiega il direttore Irpet - la manifattura, da cui arriva gran parte delle vendite estere, non è cresciuta, e questo potrebbe significare che sono aumentate le produzioni fatte fuori regione.

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