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L’export traina le calzature, continua a soffrire il mercato interno

I dati del primo semestre di Assocalzaturifici indicano un aumento in valore del 7,1% - Il presidente dell’associazione Siro Badon: «È fondamentale formare nuove figure professionali in grado di innovare il nostro settore»

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

Le calzature made in Italy attraggono i mercati esteri: la conferma viene dai primi sei mesi del 2019, in cui l’export italiano del comparto ha registrato un significativo +7,1% in valore (il prezzo medio ha raggiunto la cifra di 47,55 euro/paio, +8,2%). Il dato emerge dal report sull’Industria Calzaturiera italiana–primo semestre 2019, elaborato dal Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici (nella foto, il piano di Saks, a New York, dedicato alle calzature di alta gamma. La maggior parte, ovviamente, sono made in Italy).

La debolezza dei consumi interni
La fotografia scattata dalla nota congiunturale rileva come, malgrado la performance delle esportazioni, persistano nello scenario attuale alcune difficoltà dovute in primis alla cronica debolezza dei consumi interni – che, già provati da un decennio di lenta erosione, hanno registrato nella prima metà dell’anno in corso un intensificarsi della contrazione degli acquisti delle famiglie (-3,7% in quantità, con trend ben più severi per il dettaglio tradizionale).

L’incertezza globale, a iniziare da Brexit
A questo quadro va ad aggiungersi un panorama di incertezze dovute alle situazioni internazionali: dal probabile protrarsi di tensioni commerciali e venti protezionistici, al rallentamento di significative economie (Cina e Germania su tutte), alla mancata ripartenza di mercati di fondamentale importanza per alcuni distretti calzaturieri. Basti pensare alla Russia che, dopo la battuta d’arresto del 2018, registra nuovamente cali superiori al 15%, fino alle incognite su tempi e modalità della Brexit, col pericolo “no deal” sempre incombente.

Il commento del presidente di Assocalzaturifici
Per superare questo momento non facile è necessario investire su noi stessi e sulle nostre competenze – afferma Siro Badon, presidente di Assocalzaturifici –. È fondamentale formare nuove figure professionali in grado di innovare le aziende del calzaturiero made in Italy e coniugarsi al meglio con la nostra tradizione e gli standard di eccellenza che caratterizzano la nostra produzione. La formazione, affiancata da mirate strategie di internazionalizzazione e da importanti iniziative fieristiche tra cui il Micam, è la risposta concreta con cui possiamo avviare un processo di rilancio del calzaturiero italiano e confermarne il primato nel mondo. Un settore fondamentale per la nostra economia e che può far da volano all’intero sistema Paese».

Settori e canali
La produzione complessiva è scesa del -2,3% in volume, nelle aziende più piccole del campione intervistato (sotto i 15 milioni di fatturato) si attesta sul -4,5%, mentre sul piano dei consumi interni l’unico comparto in salute è quello delle scarpe sportive/sneakers (+0,8% quantità e +2,9% in valore), a fronte di un calo sensibile delle calzature “classiche” per uomo e donna (rispettivamente del -9,5% e del -8,3% in volume). Per quanto riguarda i canali di vendita, continua l’incremento dell’online (+10,3% in volume e +17,3% in spesa), che ha coperto l’11% in quantità del totale acquisti del semestre, mentre sono in sofferenza il dettaglio tradizionale (-11% le paia vendute, con una diminuzione prossima al 16% in spesa) e l’ambulantato (flessioni attorno al -14%).

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Calano aziende e occupazione
Sul fronte occupazionale, prosegue il calo nel numero di aziende e nella forza lavoro del settore: il primo semestre 2019 ha chiuso con un saldo di -119 calzaturifici (tra industria e artigianato), pari al -2,6%, e -492 addetti (-0,7%) su dicembre 2018. Gli arretramenti si fanno ancor più pesanti considerando, oltre ai calzaturifici, i produttori di componentistica (-75 aziende e -493 addetti): nell’insieme, dunque, -194 imprese e -985 addetti rispetto a fine 2018. A livello geografico, saldi negativi nel numero di aziende per tutte le sette principali regioni calzaturiere, con la sola eccezione della Lombardia (+13 unità); quanto al numero di addetti, una crescita per Toscana (+117 lavoratori) e Puglia. Le Marche (come già nel 2018) sono la regione con i saldi negativi più marcati, sia nelle unità produttive (-95) che negli addetti (-1.164). Il Veneto chiude invece la prima metà dell’anno con un calo di 30 aziende, tra calzaturifici e componentistica, e con un saldo contenuto nei livelli occupazionali (-20 addetti rispetto a fine 2018). Il numero di imprese attive di Emilia Romagna e Campania si contrae, rispettivamente, di 12 e 6 unità, con la perdita di 149 e 128 addetti. 57 i lavoratori in meno in Lombardia (-0,8%). Infine, le ore di cassa integrazione autorizzate per le imprese della filiera pelle sono salite nei primi 6 mesi del +27,1%, sfiorando i 4 milioni di ore.

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