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L’identità ebraica dopo la Shoah

Il volume “Contourner le vide : écriture et judéité(s) après la Shoah” si concentra sulla presenza di scritture ebraiche all'indomani del vuoto lasciato dallo sterminio

di Riccardo Bravi

2' di lettura

È il 1962 quando un grande scrittore ebreo-tunisino, Albert Memmi, scomparso alcuni mesi alla veneranda età di 99 anni, utilizza per la prima volta il termine judéité ricontestualizzando l'ampio spettro dell'identità ebraica in una definizione che rappresenterà il punto di partenza (o, forse, di ri-partenza) per tutti coloro che si cimenteranno in indagini di tale genere negli anni a venire.

Memmi preciserà infatti che il termine da lui coniato servirà a denotare un personale ed originale approccio di appartenenza all'ebraismo, differenziandolo dall'insieme delle dottrine e istituzioni religiose che ne fanno capo in senso lato.

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Il Novecento ci ha insegnato che dalla parola “ebreo” si è sempre cercato di fuggire; affibbiandole un'etichetta prettamente negativa sussunta in quella paura dell'Altro denominata “antisemitismo” – Jean-Paul Sartre, come verrà ricordato nell'introduzione, è stato uno dei primi ad occuparsene in pagine memorabili –, è come se l'ebreo incarnasse un être-de-carence, per dirla ancora con Memmi, un essere che, rispetto ad altri gruppi umani, presenta quasi interamente carenze non tanto fisiche ma per lo più socio-culturali, peraltro ben argomentate dagli “specialisti” in materia, che lo conducono a mortificare e di conseguenza a far scomparire del tutto la propria persona, la propria originalità.

“Pourquoi la judéité ?”

Proprio con la domanda “Pourquoi la judéité ?” si apre il volume “Contourner le vide : écriture et judéité(s) après la Shoah”, Firenze, Giuntina editore, pp. 123, euro 15, curato da due ricercatrici, Francesca Dainese ed Elena Quaglia, e coadiuvato con la supervisione dall'alto da Gorris Camos e della Scuola di Dottorato in Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Verona, che hanno fatto dell'interesse per questo campo di studi il loro pane quotidiano. Il volume, composto da otto interventi in francese e uno solo in italiano, studia la presenza di scritture ebraiche all'indomani del vuoto lasciato dallo sterminio, vuoto che a sua volta dà loro consistenza e senso di appartenenza ad un destino e una storia comuni.

Tra le voci analizzate – dai sefarditi Albert Cohen, Edmond Jabès, Hélène Cixous, Patrick Modiano agli ashkenaziti Serge Doubrovsky, Georges Perec, Jean-Claude Grumberg, Marc Weitzmann, per terminare con uno studio di Alberto Cavaglion su Giorgio Bassani –, alcune peraltro (quasi) “anonime” nel panorama letterario italiano, vuoi per mancanza di interesse vuoi per penuria di “affinità elettive” con l'“establishment” accademico nostrano, spicca la collocazione ragionata delle stesse all'interno del libro: il recupero del legame biblico ebraico e la confluenza di voci plurime nell'opera poetica di Jabès condurrà alle riflessioni di Albert Cohen, critico sia verso la cultura e le tradizioni ebraiche che verso i costumi occidentali. Seguono autori come Georges Perec, Serge Doubrovsky e Patrick Modiano le cui opere si caratterizzano per l'apparente assenza comune di una vera e propria eredità ebraica, vissuta altresì come un incontro-scontro. Jean-Claude Grumberg, Hélène Cixous, Marc Weitzmann e Giorgio Bassani chiuderanno questo appassionante affresco, facendo riaffiorare quelle judéités che proprio attraverso il non-essere danno pienezza della loro testimonianza.

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