Microcosmi

L’identità di Milano attraverso la merce che si è fatta simbolo

di Aldo Bonomi

3' di lettura

L’ ingegner Gadda, forse per i suoi studi al Politecnico, aveva ben colto il destino di Milano quando raccontava che nei salotti milanesi attraversati dal boom economico si sentiva disquisire solo di vasellame, articoli per la casa, frigoriferi, sedie, tavoli... Chissà cosa avrebbe scritto nella sua letteratura filosofica-innovativa da manuale di sociologia sulla piccola e grande transizione lombarda visitando oggi l’Adi Design Museum Compasso d’oro di Milano. Vi si trovano gli oggetti del desiderio, la merce fattasi simbolo, civiltà materiale del nostro abitare che nell’intreccio dai salotti di una borghesia in formazione alle fabbriche e alle fabbrichette sino all’artigiania, hanno disegnato sul territorio una geo-settorialità produttiva che chiamiamo made in Italy. Un luogo denso di storia sul come abbiamo attraversato il secolo breve dalla mitica 500 alla Ferrari del nostro fordismo assieme, con pari dignità, alla microstoria della creatività messa al lavoro dentro il capitalismo di territorio, premiata anno per anno dal Compasso d’Oro che certificava il meglio del disegno industriale applicato a una moltitudine di oggetti della vita quotidiana per una moltitudine di consumatori globali che hanno fatto del Salone del Mobile un evento passato dai salotti di allora a un’eccellenza milanese e italiana nel mondo. È un luogo narrante del nostro capitalismo di territorio e uno spazio interrogante e di approfondimento per la sua terziarizzazione data dalla creatività e dalla ricerca sui materiali applicata al come si produce, si disegna e si veste la merce. Da visitare per capire anche da chi fa impresa essendo un museo di imprese. Sono tante quelle che hanno vinto il Compasso d’Oro.

Ma per tornare al destino di Milano, mai come oggi “città fragile” nella metamorfosi da pandemia, il Design Museum Compasso d’Oro interroga come luogo emblematico nella sua simbiosi tra museo e territorio. Nel suo dare risposte alla crisi del pensarsi solo come città da Expo o addirittura città-Stato, e nel ridisegnare forme di convivenza, welfare urbano, urbanistica tra l’eterotopica città in 15 minuti e nel ripensare il suo spazio di posizione, Mediolanum in mezzo alla pianura, e il suo spazio di rappresentazione nella verticalità o nell’orizzontalità.

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Alla prima domanda il museo del Compasso d’Oro da già una risposta nel suo essere collocato, dopo un importante intervento di ridisegno urbano, in un’area che collega due quartieri simbolo della Milano che è cambiata: la comunità cinese che ha modernizzato via Paolo Sarpi e la zona Garibaldi della città che sale e fa andare in verticale il bosco e il pinnacolo della grande banca. La si attraversa in 15 minuti godendosi la genialità di un percorso aperto dentro il museo per mostre e rimandi alla cultura del disegno industriale e della sua storia. Alla seconda si dà risposta osservando attentamente la geo-settorialità dei manufatti premiati, alla loro provenienza in quella orizzontalità territoriale che va dal fordismo hard di Torino al capitalismo molecolare del Nord Est passando dalla Brianza giù verso la Via Emilia ed il capitalismo dolce delle Marche e dell’Italia di Mezzo arrivando al Mediterraneo. Si dispiega e si sente un racconto di imprese artigiane, di piccole e medie imprese di saperi contestuali del saper fare intrecciati con saperi formali di scuole tecniche e università che rimandano alla firma dell’artista del disegno industriale premiato. In un turbinio di settori: dal legno alla plastica ai tessuti, al vetro, al ferro, ai vecchi e nuovi materiali tutti piegati nella creatività del fare e vestire la merce del quotidiano volata nel simbolico dell’eccellenza. Un museo costruito nell’orizzontalità attrattiva di una città che da sempre si è rappresentata come un nodo di reti guardando più al territorio che al proprio ombelico con una capacità di muoversi e guardare al medio raggio, alle altre città distretto con cui dialogare e confrontarsi. Milano non è mai stata una company town fordista allora né nel passaggio di secolo una megalopoli globale pensata come città infinita che faceva primazia nel triangolo Torino-Venezia-Bologna. L’ho sempre pensata come una città anseatica da globalizzazione a medio raggio con la capacita di commerciare e rappresentare, mettendosi in mezzo tra l’Europa del burro e l’Europa dell’olio, il meglio del Made in Italy. Che è raccolto nel microcosmo delle sale di piazza Compasso d’Oro.

I musei aiutano a ricordare il futuro, a non perdere la propria ombra e l’identità anche delle città. Nel caso di Milano la sua orizzontalità operosa e il suo tessere e ritessere tra i territori e il mondo. Oltre che l’andar per musei, in questa metamorfosi interrogante il destino delle città, per ricordare il futuro nella primazia dell’economia competitiva e dell’urbanistica da archistar, aiuta rileggersi l’ingegner Gadda e I Buddenbrook di Thomas Mann.

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