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L’identità perduta non si ritrova con la tattica

di Paolo Pombeni

3' di lettura

Se nella politica italiana ci sono tre poli, nel Pd ci sono tre problemi.Il primo è quello di sopravvivere all’orgia di tatticismi, il secondo è ritrovare una leadership, il terzo è ricostruire un’identità.

Come importanza andrebbero letti nell’ordine contrario, ma quello è l’ordine che gli viene conferito dagli avvenimenti di ieri. I tatticismi sono stati l’asse portante dell’azione del partito. Si è oscillato fra la scelta di costringere i Cinque Stelle a mostrare le loro carte per vedere se si poteva arrivare ad una intesa almeno a mezza strada fra due proposte di governo del paese e l’ostinazione al tanto peggio, tanto meglio, cioè a giocare la partita di rendere evidente se non al paese almeno alle sue classi dirigenti che né Di Maio né Salvini sono personalità in grado di governare. Il retro pensiero tattico è che così si costringerebbe Mattarella a premere sui partiti per l’accordo su un governo di tregua, per quanto a tempo e con orizzonti limitati. Ciò darebbe spazio ad una dialettica parlamentare scatenata in cui tutti giocherebbero a mettere in difficoltà gli altri, ma i renziani credono che questo mostrerebbe quanta ragione avessero avuto a chiedere la riforma istituzionale.

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Tregua interna
Per salvare l’orizzonte di tutti i giocatori sui vari tavoli tattici si varerà un accordo di tregua interna rimandando il confronto. Ma qui salta già fuori il secondo problema centrale, quello della leadership. Un’azione così spregiudicata e giocata con navigazione a vista richiederebbe una guida riconosciuta dentro e fuori il partito: dentro per tenerlo unito, fuori per evitare che nelle trattative gli altri contassero sempre sulla possibilità di innescare regolamenti di conti interni. Al momento un leader con quelle caratteristiche non è all’orizzonte: Renzi, per parafrasare ben altri problemi, ha perso la spinta propulsiva (che è cosa diversa dalle fedeltà di clan per estese che siano); competitori in grado di imporsi non se ne vedono.

Il tema dell’identità
E qui veniamo alla terza cruciale questione, che è l’identità del partito. Che il Pd zoppicasse su questo punto lo si sapeva da tempo. Il problema non è che abbia perso la mitica identità di sinistra: l’esperimento scissionista di LeU, con la sua illusione di tornare al vecchio Pci opportunamente rinfrescato con vernice post-sessantottina, non ha dato grandi esiti. Il fatto è che l’idea di essere un partito di larga sintesi delle istanze dirigenti del paese, la si chiamasse “vocazione maggioritaria” alla Veltroni o “partito della nazione” alla Renzi, non ha sfondato. Il Pd ha accuratamente evitato di chiedersi perché, ma è abbastanza semplice capire che in una fase di complicata e per certi versi di turbolenta transizione (per quanto sia una turbolenza “fredda”) non esiste a priori una base nazionale con cui identificarsi e da attrarre nelle proprie fila. Quella base nazionale andrebbe costruita, ma ciò supporrebbe rompere con le alleanze con le varie corporazioni, immaginarsi traguardi raggiungibili e credibili da proporre al paese, accettare che bisogna rischiare di scompaginare e poi di riassemblare le carte. Richiederebbe leadership che non si vedono e l’abbandono del gioco continuo coi tatticismi, perché quelli salvano (forse) i politici di professione, ma allontanano il consenso della gente.

Fughe in avanti
Ci si può certo rifugiare nelle fughe in avanti. Ma quelle nelle utopie che risolvono tutto a parole sono già state monopolizzate da Cinque Stelle e Lega più alleati. Abbandonarsi al sogno del “Macron italiano” assomiglia a quanto si fece negli anni Sessanta cercando in ogni paese d’Europa il “Kennedy” italiano, tedesco, francese, ecc. Ancora una volta senza capire che anche in politica è come con i prodotti alimentari “dop”: sono frutto di un contesto che non si può riprodurre copiando fuori di esso una ricetta.

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