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Ideologia dell’incentivo, quando l’uso spregiudicato porta a comportamenti criminali

“Le persone rispondono agli incentivi” è una delle verità indisputabili della business community internazionale ma in certi casi gli effetti sono contrari a quelli sperati

di Vittorio Pelligra

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(AdobeStock)

“Le persone rispondono agli incentivi” è una delle verità indisputabili della business community internazionale ma in certi casi gli effetti sono contrari a quelli sperati


8' di lettura

Che “Le persone rispondono agli incentivi” è una delle verità indisputabili della business community internazionale. È, infatti, «una legge fondamentale del comportamento umano che alti incentivi portano ad un maggiore impegno e ad una migliore performance», come affermano in apertura della loro importante rassegna sul tema, Uri Gneezy, Stephen Meier e Pedro Rey-Biel (“When and Why Incentives (Don't) Work to Modify Behavior”. Journal of Economic Perspectives 25, 2011, pp. 191–210). Gli incentivi sono l'essenza stessa dell'economia, ci ricorda, chiosando la posizione più diffusa nella professione, Canice Predergast. L'accoglimento di questo dato ha avuto, negli anni, caratteristiche al limite del dogmatico. Un assioma auto-evidente. E questo ha portato allo sviluppo di una vera e propria cultura dell'incentivo. Obiettivamente non è difficile essere d'accordo con l'affermazione di una relazione tra incentivi e cambiamento comportamentale. Decisamente meno facile, invece, è stato andare oltre e chiedersi “quando”, “come” e “perché” questo cambiamento avviene e in che forme esso si manifesta. Su questi altri punti le posizioni si fanno più sfumate e problematiche.

Risposte differenti

Sempre Gneezy, Meier e Rey-Biel, per esempio, concludono la loro rassegna della letteratura suggerendo che «quando gli economisti discutono il tema degli incentivi dovrebbero allargare la loro attenzione, perché una crescente massa di prove empiriche suggerisce che gli effetti degli incentivi dipendono da come questi sono progettati, dalla forma che assumono, da come questi interagiscono con le motivazioni intrinseche e da quello che succede quando non vengono più applicati». In altri termini, possiamo affermare che le persone rispondono agli incentivi, ma dobbiamo sempre considerare anche il fatto che lo fanno in modi differenti, a volte inattesi, non sempre voluti.

Le ragioni che stanno alla base di questo legame non scontato tra incentivi e comportamento sono varie ed hanno a che fare sia con la natura del compito che si vorrebbe incentivare, che con il carattere di chi viene incentivato.
Era il 1962 quando Sam Glucksberg, uno psicologo dell’Università di Princeton, pubblicò uno studio su incentivi e motivazione (”The influence of strength of drive on functional fixedness and perceptual recognition”. Journal of Experimental Psychology 63, pp. 36–41). Glucksberg era interessato a capire come far aumentare la performance di alcuni soggetti impegnati nella risoluzione di un dato problema.
L’ipotesi più naturale era che la promessa di pagare chi avrebbe risolto per primo il problema avrebbe scatenato una competizione tra tutti i partecipanti che, maggiormente motivati, si sarebbero impegnati di più e avrebbero ottenuto risultati mediamente migliori. Questo fu quello che, effettivamente, Glucksberg ottenne, un miglioramento della performance, ma, e qui c’è un “ma”, solo nel caso dei compiti più semplici e meccanici.

Quando l’incentivo non funziona

Nei compiti nei quali, invece, occorreva esercitare un po' più di creatività la performance peggiorò in maniera rilevante. Molti studi successivamente hanno confermato e generalizzato tale risultato. Ci sono cose che non si possono comprare, né con i soldi, né con altre forme di incentivi non-monetari: la creatività è una di queste, poi c'è la lealtà, la fiducia, l'impegno, l'entusiasmo, il senso del dovere, la disponibilità a contribuire al bene pubblico, giusto per fare qualche esempio. Tutti elementi preziosi per imprese e organizzazioni, ma che non hanno un prezzo e quindi non possono essere né scambiate, né contrattualizzate, tantomeno soggette ad incentivi estrinseci. L'ambizione di poterlo fare porta quasi sempre a risultati contrari a quelli voluti. Come nel caso di quegli asili della città di Haifa che, per incoraggiare i genitori a prendere i figli in orario, inserirono delle multe per le mamme e i papà ritardatari. Il risultato fu che il numero di genitori ritardatari aumentò sensibilmente nelle settimane successive all'introduzione della multa e non diminuì neanche dopo che questa venne rimossa (Gneezy e Rustichini, “A Fine Is a Price” The Journal of Legal Studies 29, 2000, pp. 1-17).

Quando l’effetto è opposto

L'introduzione della sanzione aveva semplicemente trasformato il rapporto tra insegnanti e genitori da un rapporto sociale basato sulla fiducia reciproca, ad uno commerciale basato sul mercato e il prezzo. Questa trasformazione modificò efficacemente il comportamento dei genitori. Sfortunatamente lo fece nella direzione opposta a quella desiderata originariamente dal management degli asili.
L'uso di incentivi estrinseci può determinare una effettiva riduzione della performance, come nell'esperimento di Glucksberg, perché può indurre un'eccessiva pressione, o impattare negativamente sulle motivazioni intrinseche, ma anche a causa degli effetti che possono esercitare sul senso di responsabilità personale o sulla sensazione di essere controllati e manipolati (locus of control) o ancora perché, come nel caso negli asili, l'uso di incentivi monetari può trasformare la natura di una relazione.

Provate, per esempio, a chiedere ad un volontario di essere ricompensato ogni qual volta si reca in ospedale a assistere un malato, o ad un vostro amico di essere pagato se acconsente a farvi un favore.

Ma c'è anche un'altra ragione, particolarmente importante, per cui l'impatto degli incentivi può rivelarsi controproducente; una ragione che ha a che fare con l'effetto che gli incentivi possono avere sulla struttura morale, sul carattere di chi li riceve; perché non solo quello che facciamo è moralmente rilevante, ma anche la ragione per cui lo facciamo diventa discriminante nell'ambito di una valutazione etica. Compiere la medesima azione per paura di essere punti o per guadagno personale, per generosità, senso del dovere o rettitudine non è moralmente equivalente. Ecco perché l'effetto degli incentivi sulle motivazioni profonde delle persone e non solo sulle loro azioni è un elemento che deve essere preso in serissima considerazione. Non solo per ragioni morali, ma anche per i possibili effetti duraturi sulla cultura istituzionale e sugli esiti generali dei comportamenti che si vorrebbero promuovere.

Uso “spregiudicato” degli incentivi

Quando nel febbraio del 2009, Beverly Hall, la sovrintendente scolastica del distretto di Atlanta, in Georgia, venne premiata con il titolo di “miglior sovraintendente dell'anno” nessuno si sarebbe aspettato che solo pochi mesi dopo, nel giugno dello stesso anno, la stessa persona, assieme a altri 180 insegnanti, supervisori, tecnici scolastici e 38 presidi, sarebbero stati messi sotto processo con l'accusa di aver alterato, per anni, i risultati dei test degli studenti in almeno 44 scuole del distretto. Lo scandalo fu enorme e, come in un domino impazzito, ne fece venire a galla molti altri, in California, Massachusetts, New York, Texas, etc. per un totale di 40 Stati dell'Unione. Neanche l'Inghilterra è stata esente da casi simili. Da noi, è utile ricordare come, per diversi anni, i risultati dei test Invalsi di regioni quali la Campania, la Calabria e la Sicilia, sono risultati inutilizzabili perché significativamente falsati dal fenomeno del “teacher cheating”, degli insegnanti, cioè, che baravano o aiutavano gli studenti a barare sul test. Il caso di Bervely Hall e soci, molti dei quali vennero successivamente condannati a non pochi anni di prigione, è illuminante per molti aspetti.
Ciò che a noi interessa di più è il fatto che l'uso pervasivo e spregiudicato di incentivi condizionati alla performance scolastica, di gruppo e anche individuale dei singoli insegnanti, attraverso bonus, avanzamenti di carriera e altre forme di benefici reputazionali, abbia potuto determinare comportamenti fraudolenti, tra cui la modifica ex-post delle risposte sbagliate, il suggerimento durante il test di quelle giuste e, perfino, in non pochi casi, l'ottenimento in anticipo delle domande dell'esame.
Le riforme introdotte dal “No Child Left Behind” di George W. Bush e dal “Race to the Top” di Obama hanno, negli ultimi anni, creato una competizione senza uguali tra gli Stati per assicurarsi i fondi federali a colpi di test standardizzati e obiettivi sempre crescenti. Un clima generale che ha fatto diventare la tentazione verso comportamenti truffaldini irresistibile per molti, e che ha contribuito – nelle parole di uno dei giudici del caso-Atlanta – “alla creazione di un ambiente nel quale il desiderio di raggiungere il fine era diventato preminente rispetto all'educazione stessa degli studenti”.

Incentivi e comportamenti criminali

Lo scandalo che ha coinvolto il sistema educativo Usa è grave, ma, sfortunatamente, c'è di peggio. È appena stato pubblicato sull'American Economic Journal, uno studio che documenta, dati alla mano, come l’uso di incentivi monetari e di carriera, abbia portato numerosi gruppi dell'esercito colombiano a commettere numerosissime violazioni dei diritti umani, violenze nei confronti di civili innocenti e perfino omicidi del tutto ingiustificati (Acemoglu, D., et al., 2020. “The Perils of High-Powered Incentives: Evidence from Colombia's False Positives”, American Economic Journal: Economic Policy 12(3), pp. 1–43).

Casi simili si sono registrati in altri contesti nei quali simili incentivi sono stati utilizzati per far aumentare l'impegno e la performance delle forze di polizia, in Sud Africa, Guatemala, Perù e in altri luoghi dove la combinazione tra debolezza del sistema istituzionale e uso spregiudicato di forme di incentivazione condizionali ha prodotto disastri e immani sofferenze alla popolazione civile.
Durante gli anni della guerra in Vietnam, promozioni e altri benefit venivano assegnati ai militari Americani sulla base del “body count”, la conta del numero di nemici uccisi. Il caso colombiano viene oggi messo sotto i riflettori da uno studio accurato metodologicamente e ricco di dati che mostra come, dopo l'elezione del presidente Álvaro Uribe, nel 2002, e l'introduzione di uno schema di incentivazione per le azioni dell'esercito a contrasto della guerriglia, il numero di “falsi positivi”, di persone innocenti, cioè, fatte passare per criminali, abbia raggiunto livelli insopportabili in tutto il pese, portando, fino al 2008, anno in cui queste pratiche vennero alla luce, all'uccisione di almeno 5000 persone innocenti.
Lo studio mette in relazione la diffusione di questi comportamenti criminali in Colombia e in altri Stati, non solo con l'uso degli incentivi, ma anche con la debolezza del sistema istituzionale.
«Il comportamento illecito da parte dei soldati – sostengono, infatti, Acemoglu e colleghi - può essere prevenuto dalla gerarchia militare o da altri poteri istituzionali (come la magistratura). La debolezza dello stato colombiano ha reso entrambi i tipi di controlli altamente imperfetti». Il problema è stato ulteriormente aggravato dal fatto che alcuni di coloro che avrebbero dovuto vigilare e intervenire, «gli ufficiali (in particolare, come discutiamo di seguito, i colonnelli) [a causa delle loro] forti preoccupazioni di carriera, hanno sfruttato gli incentivi per i propri guadagni, mentre la magistratura non è stata in grado di fungere da controllo sui militari».
Un aspetto particolarmente preoccupante che emerge dall'analisi dei dati colombiani è che, mentre l'uso di incentivi in un contesto istituzionalmente debole ha portato all'aumento dei “falsi positivi” (innocenti spacciati per colpevoli), non sempre ha fatto aumentare il numero dei “veri positivi” (colpevoli identificati correttamente). Questo significa, in altri termini, che la diffusione della cultura dell'incentivo nell'esercito colombiano non ha determinato un aumento generale dell'impegno dei militari e, quindi, come conseguenza, anche del rischio proporzionale di quel “danno collaterale”, ma piuttosto ha fatto sviluppare una precisa strategia finalizzata all'uccisione di civili da spacciare per guerriglieri.

Quando il mix è devastante

Un mix devastante di cultura dell'incentivo, anche solo nella forma dell'”encomio”, e di debolezza istituzionale che facilita la collusione e la complicità di chi dovrebbe controllare, sembra emergere anche dall'inchiesta sulla caserma “Levante” di Piacenza. I fatti e le responsabilità andranno tutti accertati dalla magistratura al termine dell'inchiesta e dei procedimenti giudiziari, se ci saranno, ma, certamente, ciò che si apprende già oggi dalle ricostruzioni di stampa è sconcertante. Sarebbe una buona occasione per una riflessione collettiva sull'ideologia dell'incentivo che sta pervadendo in maniera sempre più capillare anche la nostra società, dalle imprese, grandi e piccole, alla pubblica amministrazione, dalla scuola alla sanità, fino all'Arma. Ne è convinto, per esempio, Marco De Paolis, procuratore militare presso la Corte d'Appello di Roma, che ha affermato, in una recente intervista, che sbaglieremmo a liquidare la questione facendo riferimento a poche “mele marce”, perché “anche a livello apicale deve cambiare la mentalità, ridimensionando il carrierismo fine a sé stesso […], e il modo di calcolare la produttività […]. Sarebbe fondamentale […]. Non farlo sarebbe un errore gravissimo. Un colpo letale per l'istituzione”. Un colpo letale, una perdita di reputazione e di fiducia da parte dei cittadini, gravissima.

Tre storie, quella della sovraintendente Beverly Hall, quella delle milizie di Uribe e, forse, anche questa dei carabinieri di Piacenza, unite da un unico filo rosso: gli effetti indesiderati dell'ideologia dell'incentivo, i “costi nascosti” della sua diffusione anche dove, per la natura del lavoro, delle motivazioni coinvolte e della rilevanza sociale del compito, sarebbe stata più prudente ed utile la creazione e la diffusione di logiche differenti. Riusciremo ad imparare qualcosa da questi errori?

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