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L’illusione della pensione nel Paese che si spopola

di Davide Colombo

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( / IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Nessuno sembra preoccuparsi del declino demografico del nostro Paese e tutti vorrebbero andare in pensione il prima possibile. Non si sa, per esempio, che secondo gli scenari attuali a fine legislatura ci saranno 300mila italiani in meno (la città di Catania). E che tra poco più di vent'anni, nel 2040, con saldi naturali negativi di 400mila unità annue nonostante flussi migratori netti positivi di 100/130mila unità, ci saranno 7 milioni di italiani in meno. Ancora: non si sa che azzerando l'immigrazione da qui a fine legislatura, secondo recenti stime Eurostat, perderemmo 700.000 persone con meno di 34 anni nell'arco di una legislatura.

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Bisogna partire da questa triste aritmetica dei vivi e dei morti, di chi arriva e di chi parte in cerca di un lavoro regolare per ragionare di previdenza e welfare. E oggi il presidente dell'Inps, Tito Boeri, nella sua quarta e ultima Relazione annuale (che coincide con i120 anni dell'Istituto) è tornato a indossare i panni del docente che cerca di spiegare.

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C'è una inconsapevolezza demografica, ha sottolineato, che deforma le percezioni collettive: sottostimiamo la quota di anziani con più di 65 anni e sovrastimiamo quelle degli immigrati e delle persone con meno di 14 anni. In questo contesto non è male apprendere, per esempio, che ripristinando le pensioni di anzianità con quota 100 (o 41 anni di contributi) si avrebbero subito 750mila pensionati in più. Boeri non lo dice ma è implicito nel suo ragionamento: anche se non avessimo vincoli di finanza pubblica da rispettare, chi potrà pagare queste nuove (e assai longeve) pensioni se il mercato del lavoro si impoverisce?

Nei prossimi anni andranno in pensione i figli del baby boom, coorti di lavoratori che sfiorano il milione l'anno, mentre in questi anni nasce meno di mezzo milione di bambini l'anno. A questi squilibri - ha chiarito per l'ennesima volta Boeri - il nostro sistema pensionistico non è preparato: il sistema contributivo può reggere la sfida della longevità fintanto che esistono gli stabilizzatori automatici che adeguano i requisiti di pensionamento alla speranza di vita e la revisione dei coefficienti di trasformazione. Ma non ha correttivi in grado di compensare un forte calo delle coorti in ingresso nel mercato del lavoro.

Boeri non ha detto che non ci sono alternative. Ha spiegato che una flessibilità maggiore rispetto ai requisiti Fornero è possibile. Ma deve essere garantito l'equilibrio attuariale, e ha rilanciato le sue proposte del 2015 di ricalcolo delle pensioni vigenti sopra una certa soglia per finanziare almeno in parte quelle nuove. Inps è pronta, se il governo chiama:sono stati stimati i coefficienti di trasformazione per gli anni '70 e '80 e per età di decorrenza inferiori a 57 anni, quindi le basi tecniche per procedere alle correzione ci sono. Ma sia chiaro: un ritiro anticipato comporterà comunque una pensione più bassa.

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Negli ultimi mesi, a sottolineare che sulla sua spesa pensionistica l'Italia non può scherzare, si sono mossi in molti: la Bce, la Commissione europea, Bankitalia, Fondo monetario e Ocse. Rapporti, analisi e scenari più o meno severi che confermano un andamento di lungo periodo sotto controllo ma, appunto, esposto al rischio di una transizione demografica imponente. Oggi lo ha spiegato, per una volta ancora, anche il presidente dell'Inps. Si può decidere, davanti a questi argomenti, di girare la testa da un'altra parte e continuare a sognare una pensione subito. Ma i numeri sono lì. E con questi numeri noi e i nostri figli dovranno fare i conti.

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