MIND THE ECONOMY

L’illusione della validità. Perché una storia coerente non necessariamente è anche vera

Tutti siamo preda dell’“euristica della rappresentatività”, strategia cognitiva che influenza le nostre previsioni. Ma più di tutti lo sono gli esperti

di Vittorio Pelligra

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(Reuters)

7' di lettura

Durante il suo servizio militare obbligatorio nell'esercito israeliano, il futuro premio Nobel Daniel Kahneman, allora solo un giovane neolaureato in psicologia, venne assegnato all'ufficio responsabile delle valutazioni dei futuri ufficiali. Coi suoi colleghi doveva sottoporre a test i candidati, analizzare i risultati e stilare dei rapporti sulle loro potenzialità e sulla probabilità di riuscita. Questa attività andò avanti per parecchio tempo, ricorda Kahneman, un tempo sufficiente ad avere dei feedback affidabili circa la qualità delle loro previsioni. Gli psicologi venivano invitati, infatti, a riunioni periodiche nelle quali si analizzava il rendimento dei cadetti durante il loro addestramento da ufficiali. In questo modo Kahneman e i suoi colleghi avevano la possibilità di verificare quanto le loro valutazioni preliminari fossero state accurate, quanto, cioè, i loro giudizi, formulati sulla base dei risultati dei test, fossero realmente in grado di prevedere il comportamento futuro dei soggetti esaminati.

Dati sconfortanti

I dati che si accumulavano mese dopo mese, riunione dopo riunione, erano sconfortanti. Kahneman e la sua équipe producevano previsioni esperte che avevano una probabilità di rivelarsi corrette, appena superiore al puro caso. Se avessero tirato ad indovinare non avrebbero fatto molto peggio. Eppure, mese dopo mese, test dopo test, il gruppo di psicologi era sempre lì a valutare i candidati alla scuola ufficiali sulla base delle loro performance nelle prove standardizzate e a valutarli sempre con grande sicurezza di giudizio, chiarezza e grande professionalità. In altre parole – continua a raccontare Kahneman – “la triste verità sulla scarsa qualità delle nostre previsioni non ebbe alcun effetto sul nostro modo di valutare i candidati, e ne ebbe pochissimo sulla sicurezza dei nostri giudizi e delle nostre predizioni sugli individui. Era un fenomeno notevole. La prova globale del nostro precedente fallimento avrebbe dovuto minare la nostra sicurezza di giudizio riguardo ai candidati, invece non lo fece. Conoscevamo il dato generale sulla scarsissima affidabilità delle nostre previsioni, ma continuavamo a pensare e a comportarci come se ognuna delle nostre specifiche predizioni fosse valida” (Pensieri lenti e veloci. Mondadori, 2012).

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L’illusione di validità

Siamo di fronte, ancora una volta, ad un errore che sì, viene riconosciuto razionalmente, ma che non è in grado di innescare nessun processo di apprendimento. Kahneman chiamò questa forma di illusione cognitiva l'”illusione di validità”. E' un'illusione cognitiva che funziona come un'illusione ottica. Quando vediamo una figura stampata su una pagina che, a causa dei colori e della forma particolare, sembra muoversi, sappiamo benissimo che si tratta di un'illusione - del resto la figura è stampata e non può ruotare su sé stessa – eppure il fatto di sapere che il nostro cervello sta venendo tratto in inganno non ci impedisce che questo accada e che noi continuiamo a vedere la figura muoversi. Allo stesso modo Kahneman e i colleghi avevano imparato che la precisione delle loro valutazioni era bassissima, eppure continuavano a produrle come se, al contrario, fossero più che affidabili. L'illusione della validità deriva da una strategia cognitiva molto potente che viene definita “euristica della rappresentatività”. Usiamo questa euristica ogni qual volta dobbiamo rispondere a domande del tipo “qual è la probabilità che l'oggetto A appartenga all'insieme B?” o “qual è la probabilità che il fenomeno A sia originato dal processo B?”.

Immaginiamo che ci venga chiesto di valutare la probabilità di un evento, per esempio, il risultato di dieci lanci di una moneta. Una sequenza ha totalizzato cinque “testa” e cinque “croce” nel seguente ordine TTCTCCTCTC. Ci viene mostrata anche un'altra sequenza; questa riporta cinque “testa” di fila e cinque “croce” una dopo l'altra: TTTTTCCCCC. Quale sarebbe la nostra reazione? Quali delle due sequenze ci sembra più probabile? Per rispondere a questa domanda dovremmo fare dei semplici ragionamenti probabilistici che ci indurrebbero a concludere che le due sequenze hanno esattamente la stessa probabilità, visto che ogni lancio è indipendente dall'altro e che il caso non ha memoria. Ma noi, in genere, non ragioniamo in quel modo. Ciò che ci chiediamo è, invece, quali delle due sequenze è più “rappresentativa” di un evento che ci sembra casuale? È allora la prima sequenza, certamente rappresenta meglio un evento casuale. Quindi ci sembra più probabile che lanciando una moneta dieci volte il risultato sia TTCTCCTCTC piuttosto che TTTTTCCCCC. E' per questa ragione che sul sito del Lotto trovate una sezione che riporta i numeri ritardatari. Per assecondare la credenza che siccome l'80 non esce sulla ruota di Genova da ben 101 estrazioni, allora giocare quel numero farà aumentare le probabilità di vincita. Chi fa questo ragionamento è preda dell'euristica della rappresentatività perché pensa, sbagliando, che un numero che non esce da tanto tempo debba avere maggiori probabilità di essere estratto nell'immediato futuro.

Siamo naturalmente portati a pensare che un campione tratto da una popolazione debba avere le stesse caratteristiche della popolazione stessa. Ma questo vale solo per i grandi numeri. Se le osservazioni sono limitate anche la rappresentatività del campione rispetto alla classe è limitata. Questa la radice dell'illusione della validità di Kahneman: osservare il comportamento di un candidato in pochi test e un numero limitato di situazioni e pensare di poter estrapolare da questo piccolo campione delle conclusioni valide su tutto il repertorio comportamentale di quella persona. Tutti siamo preda dell'euristica della rappresentatività. Si tratta, in fin dei conti, di una strategia cognitiva che l'evoluzione ha selezionato per farci risparmiare tempo ed energie e, quindi, ottenere in genere risultati migliori in un mondo complesso.

L’illusione del guru

Ma c'è una categoria di persone che sono più vulnerabili. Sono gli esperti. L'evidenza a supporto di questa affermazione è così sistematica e robusta che spesso si parla di una vera e propria “illusione del guru”. Se hai raggiunto posizioni di rilievo, di responsabilità e di successo è probabile, non certo ma probabile, che abbia qualità fuori dall'ordinario. C'entra anche la fortuna, la maggior parte delle volte, ma questo, in genere, non siamo disposti ad accettarlo tanto facilmente. Il successo funziona come uno stimolo rinforzatore, come la prova del fatto che ciò che abbiamo fatto fosse giusto, ciò che abbiamo pensato fosse corretto e le decisioni che abbiamo preso fossero appropriate. Non sempre tra queste cose e il risultato c'è un nesso causale, ma questo è difficile da accettare. E' molto più facile raccontarci che se abbiamo ottenuto qualcosa, se ce l'abbiamo fatta, è perché siamo ok. E se uno pensa di essere “ok” ed ha anche le prove, allora può essere molto complicato spiegargli che in realtà non è poi tanto “ok”. Quelli che vediamo ogni sera in tv a commentare i fatti del giorno, a fare previsioni per il futuro, a delineare scenari e a dare consigli su come gestire il paese, il Recovery fund o il piano vaccinale, quale probabilità hanno di essere più abili del cittadino medio ad azzeccare le loro previsioni? L'evidenza al riguardo è sconfortante.

Philip Tetlock è uno psicologo politico canadese, attualmente insegna all'Università della Pennsylvania ed è famoso per un ampio studio condotto negli tra il 1984 e il 2004 che ha coinvolto 284 esperti provenienti dagli ambiti più disparati: l'accademia, il giornalismo, la politica, le istituzioni, il mondo dell'arte. Tetlock organizzò una grande competizione nella quale ogni esperto avrebbe dovuto esprimere il proprio parere su una serie di eventi possibili, scenari futuri e sviluppi generali della società. Raccolse dagli esperti, gli stessi che operavano come consulenti di governi, grandi società, opinionisti, commentatori e consiglieri strategici, più di 80 mila previsioni. Tetlock sintetizzò i risultati del suo lavoro in un libro pubblicato nel 2005 ed intitolato “Expert Political Judgment: How Good Is It? How Can We Know?” (Le valutazioni politiche degli esperti: quanto sono corrette e come possiamo saperlo)”. Un disastro. Il quadro che emerge dalle analisi delle previsioni degli esperti mette in luce una relazione inversa tra accuratezza delle previsioni e fama dell'esperto. Un elevato coinvolgimento mediatico corrisponde sistematicamente con una scarsa performance nel prevedere gli andamenti futuri di società, politica e mercati. In genere gli esperti risultano essere, nelle previsioni, di poco superiori al caso. Lanciare una moneta per decidere non ci farebbe sfigurare rispetto a chi assume un consulente milionario. Con malcelato sdegno, difficile da comprendere, tra l'altro, visto che egli stesso non disdegna il ruolo del superconsulente, Daniel Kahneman ha parlato di “Persone che passano il tempo, e si guadagnano da vivere, studiando un particolare argomento, [le quali] producono previsioni meno esatte di scimmie che, lanciando freccette, distribuirebbero uniformemente le loro scelte fra le varie opzioni”.

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Servono esperti veri, non da tv show

Questo non vuol dire, naturalmente, che gli esperti non servano. Piuttosto vuol dire il contrario. Vuol dire che servono veri esperti, non esperti da tv show. Nel suo ultimo libro, Tetlock, fa un'interessante osservazione rispetto al modo in cui la sua ricerca è stata utilizzata: “Mi sono reso conto che, con il diffondersi dei risultati dei miei studi, il loro apparente significato stava mutando. Ciò che la mia ricerca aveva dimostrato era che molti dei cosiddetti “esperti” avevano ottenuto risultati di poco più affidabili del caso su molte questioni di rilevanza politica ed economica. Ma “molti” non vuol certo dire “tutti””. Gli esperti, quelli veri, esistono, ma non sempre vanno in tv. Dopo il suo primo studio, Tetlock è stato coinvolto in un progetto di ricerca più ampio, noto con il nome di “Good Judgment Project”. A sua volta questo progetto rientra in un quadro ancora più complesso, sponsorizzato dal sistema di intelligence degli USA, che coinvolge altri quattro team di ricerca liberi di utilizzare qualunque metodologia e qualunque stratagemma per migliorare la qualità delle previsioni degli analisti. Una gara tra cinque prestigiose università.

Dal settembre 2011 al giugno 2015, ogni giorno, i membri delle squadre hanno dovuto fornire previsioni su ogni possibile evento futuro, le cose sulle quali si rompono la testa gli analisti dell'intelligence, dai piccoli rompicapi fino alla creazione di scenari globali. Nel frattempo, gli scienziati, variando le condizioni sperimentali, hanno potuto verificare cosa e quanto funzionasse per migliorare l'accuratezza delle previsioni. Gli esperti esistono e possono essere allenati, infatti, dopo un anno, il gruppo di Tetlock aveva già una performance migliore del 60% rispetto al gruppo di controllo; dopo due anni, la differenza era del 78%. Una delle conclusioni più interessanti del progetto è che non solo gli esperti esistono e sono meglio dell'uomo della strada a prevedere il futuro, ma che tale capacità non è innata, non è un dono quasi soprannaturale, non è un talento personale, è, piuttosto, il frutto di un'educazione precisa, di procedure logiche applicate in maniera corretta. Procedure che tutti possiamo imparare con un po' di impegno e di guida.

Avremmo quindi bisogno di meno sedicenti oracoli televisivi e di un'educazione all'inferenza logica più diffusa. Durante l'ora di educazione civica, gli insegnanti dei nostri figli, dovrebbero spiegargli cosa distingue un sillogismo da un paralogismo, che cos'è una fallacia informale e come si smaschera un argomento retorico, cos'è una euristica e perché anche i cosiddetti “esperti” ne sono vittime. Ne gioverebbe il nostro dibattito pubblico, il processo di selezione della nostra classe politica, ma anche la nostra quotidianità, perché sarebbe più facile, per tutti, capire che una storia coerente, non necessariamente è anche una storia vera.

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