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L’Ilva, le sue dieci sorelle e la cultura anti-industriale

di Paolo Bricco

3' di lettura

L’Ilva e le sue dieci sorelle. Sono le grandi crisi dell’Italia industriale. Il destino manifatturiero del nostro Paese non è a rischio: la natura profonda di una comunità non può essere negata e annichilita. Questa identità può, però, essere sicuramente contraddetta e compromessa. Con risultati del tutto imprevedibili. La cultura anti-industriale espressa dall’attuale Governo nella componente dei Cinque Stelle ha aspetti di profonda avversione verso alcuni elementi costitutivi della civiltà del lavoro e la fisiologia delle attività economiche: la stabilità del quadro giuridico in cui si opera, la reputazione internazionale del Paese, le regole di base dei mercati azionari, la simbiosi tra tessuto produttivo e infrastrutture (l’avversione per la Tav), i meccanismi di funzionamento dell’economia reale in cui degnissime attività come l’allevamento delle cozze non possono sostituirsi ad attività industriali di base.

La cultura a-industriale, nel senso privativo di una cultura che non si trasforma in pratica politica a favore dell’industria, espressa dall’attuale governo nella componente della Lega si salda con la cultura anti-industriale: i nuovi significati assegnati al debito pubblico (può non essere pagato, è un problema di altri, non è addirittura un problema), l’insistenza su fenomeni balzani e pericolosi come i minibot e la sottovalutazione della questione dello spread definiscono un innalzamento continuo dei costi generali del sistema industriale e un deterioramento profondo della sua finanza di impresa. Questa “cultura” è un lievito velenoso in una economia italiana che di per sé, al netto della vocazione distruttrice della politica, si trova in un passaggio assai delicato. La nostra manifattura è infatti segnata dalla riduzione – avvenuta negli ultimi 15 anni – dei trasferimenti tecnologici e di know-how manageriale dalle casemadri delle multinazionali alle consociate italiane.

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Multinazionali che sono elementi essenziali del nostro tessuto produttivo. Ma che, da ancor prima del 2008, hanno iniziato a disimpegnarsi. Tanto che, in un quadro simile, non sorprendono i progetti di abbandono o di graduale addormentamento delle loro attività in Italia. E, tanto più, vanno valutate le misure pubbliche. Il Mise – dove operano il ministro Luigi di Maio, capo politico dei Cinque Stelle, e il viceministro Dario Galli, leghista – ha destrutturato e riorganizzato il desk per le emergenze industriali. Mutando le controparti per i sindacati e per le imprese e creando non pochi problemi di continuità e di efficacia. Ma, al di là della contingenza politica espressa da questo o dal prossimo Governo, esiste la necessità di capire come ricalibrare questa attività. Che funziona bene quando le cose si mettono bene, come per esempio con Electrolux e Idealstandard. Ma che - quando le cose si mettono male - appare un pronto soccorso basato sul metadone della Cig e sulla ricerca di un acquirente per imprese zombie, ventilato se non sobillato da sindacalisti e politici locali, come si è visto a Piombino con l’algerino Issad Rebrab, peraltro oggi nelle patrie galere, allora voluto e invocato per la Lucchini.

L’attuale sbandamento strategico della manifattura italiana, l’insediarsi di una cultura anti-industriale al Governo, il graduale e silenzioso disimpegno tecno-manageriale delle multinazionali e l’acuirsi delle singole crisi – fino all’ultimo rumore sordo dell’Ilva – rischiano di interrompere il processo di aggiustamento della manifattura italiana che, ancora una volta, dal 2008 ha mostrato le sue attitudini metamorfiche. È vero che, come ha dimostrato l’economista Sergio De Nardis rielaborando dati di Eurostat e della Commissione Europea, il ridimensionamento del nostro apparato produttivo permane: fissata a 100 la capacità produttiva manifatturiera nel 2007, l’Italia è adesso a 82,5 punti, contro il 91,9 della Francia e il 110 della Germania. Ma è altrettanto vero che quel che resta ha recuperato in produttività. De Nardis, nel working paper 6/2019 della School of European Political Economy della Luiss, ha mostrato come, dal 2008, il gap della nostra produttività manifatturiera rispetto a quella tedesca sia rimasto abbastanza costante: siamo sempre al 65% della loro, il divario non è cresciuto. Il valore aggiunto industriale sul totale dell’economia italiana è salito, da allora a oggi, dal 15% al 18 per cento. E, questo, nonostante il calo degli occupati dell’industria sul totale (dal 17% al 15%) e, appunto, in virtù dell’aumento della produttività manifatturiera del lavoro, sia oraria sia per persona. Adesso, dunque, questo assestamento della fisiologia interna potrebbe essere minato da diverse forme patologiche: in particolare la trasformazione (definitiva) dell’Italia in una realtà inospitale per le imprese, nazionali e multinazionali, e l’ascesa dalla pancia della nazione ai palazzi della politica di una cultura anti-industriale che, il Paese delle fabbriche, non merita.

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