dopo genova

L’impegno della classe dirigente per creare una fiducia sistemica

di Carlo Carboni

(Ansa)

3' di lettura

Non c’è più il rischio d’esagerare con il pessimismo, dopo Genova. Né il gusto di compiacersene, come qualche intellettuale e opinionista ha fatto in passato. C’è l’allarme d’affrontare con tempestività ed efficacia le cose da fare. Altrimenti, l’immagine delle persone e dei mezzi che precipitano in una nuvola di cemento alimenterà nuova sfiducia antisistema tra gli italiani.

Per evitare questo rischio, con una lettera accorata e stringente pubblicata sabato scorso, il presidente di Confindustria invita a reagire e a operare con spirito costruttivo comune, accertando responsabilità e improntando una piattaforma programmatica condivisa per realizzare controlli, manutenzioni e investimenti per la sicurezza delle nostre infrastrutture.

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L’appello a procedere uniti, a una comune resilienza contro le avversità, appare essenziale perché la fiducia interna ed esterna nei confronti del sistema Italia, in tempi recenti, è stata compromessa dal precipitare degli eventi, spesso inattesi. Eventi che, agli occhi europei, rafforzano l’immagine di un’Italia che torna a essere l’ultima ruota del carro tra i grandi Paesi del Vecchio continente. Anzi il suo tallone d’Achille. Gli argomenti, com’è noto, non mancano: l’ampiezza del debito, la crescita economica ridotta, i vistosi divari sociali, i problemi infrastrutturali emersi in modo sciagurato a Genova, la fragilità del territorio soggetto a calamità naturali e, infine, l’incertezza politica per una nuova élite di governo a cui è chiesta un’imponderabile capriola cognitiva, passando bruscamente dalla protesta al governo. Tutti fattori che spingono a rendere meno attraente il nostro Paese, a indebolirne credibilità, affidabilità, prestigio. Spetta al governo riportare qualche risultato sull’ampio spettro delle fissità problematiche, delle ferite e dei nervi scoperti nel Paese. E spetta a tutti, a tutta la classe dirigente collaborare, come ha più volte ricordato il presidente della Repubblica, dopo la sciagura di Genova.

Purtroppo, persino di fronte a questa tragedia nazionale, l’élite politica non è riuscita a dismettere la sua irrefrenabile passione a intorbidire le acque dell’opinione pubblica, con leader politici di governo e opposizione che si rinfacciano vecchie e nuove responsabilità. Un diluvio di parole che restituiscono una verità corrotta e faziosa, irrispettosa dell’emozione collettiva suscitata dal crollo del ponte Morandi. Il timore è che le parole rituali e le sacre promesse di oggi evaporino domani: come si è verificato con la sincera emozione nazionale provocata dai terremoti nell’Appennino centrale, dopo i quali, a caldo, si era vagheggiato un ambizioso piano nazionale per mettere in sicurezza il nostro patrimonio abitativo e residenziale in aree particolarmente colpite da terremoti. In quel caso, la nostra élite non ha saputo leggere che nel cuore dello scontento sociale si stava potenzialmente risvegliando un consenso nazionale: un’occasione perduta d’assecondare un’umana emotività nazionale per realizzare qualcosa di realmente importante per il Paese, insieme, risvegliando così la fiducia sistemica. Chi ha scelto, come me, di passare qualche giorno di vacanza tra le bellezze naturali dell’Appennino dei terremoti, sa che le cose non sono andate così: siamo ancora alla preistoria della ricostruzione di paesi distrutti, tuttora fantasmi del passato. Si aspetta che si bruci la memoria emotiva di quegli eventi.

Nel post-Genova, si parla - oltre di un complesso accertamento di responsabilità - di un impegnativo programma d’investimenti in infrastrutture. Un piano sacrosanto, ma l’italiano si chiede: verrà realizzato? Già perché l’italiano ha disgraziatamente imparato a non deporre gran fiducia nella burocrazia pubblica e nella politica, rivelando anche una debole appartenenza allo Stato. Ripone da sempre la sua fiducia massima nei famigliari, ma anche in tante professioni e istituzioni della società intermedia. Istituzioni, politica, burocrazia pubblica hanno oggi un’occasione per riscattarsi agli occhi dei cittadini, rispettando le giuste aspettative di sicurezza messe in primo piano dalla forte emozione suscitata dal disastro di Genova; ma la politica deve dismettere questo mood da campagna elettorale infinita e prendere impegni precisi e condivisi.

L’appello del presidente Vincenzo Boccia tira l’acqua al mulino comune della concretezza dell’oggi, per non correre il rischio che domani gli obiettivi non si sciolgano come neve al sole. Quel che conta è la reazione del momento, ma soprattutto la resilienza nell’impegno costante del Paese nel contrasto alle sue fragilità geofisiche e infrastrutturali. Società civile e nuova classe dirigente politica devono essere maggiormente consapevoli dei limiti naturali e infrastrutturali del nostro sistema Paese, trasformali in occasione di lavoro e sviluppo. Vedremo, a breve, se abbiamo imparato qualcosa da quest’altra tragica lezione: se nella memoria delle sue vittime e tra le macerie siamo stati capaci di leggere un futuro migliore per Genova e il Paese.

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