mercati internazionali

L’impennata globale dei prezzi alimentari e le sue conseguenze

La spinta principale arriva da oli vegetali e cereali, più contenuto l’incremento dello zucchero e dei prodotti caseari

di Marcello Minenna

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La spinta principale arriva da oli vegetali e cereali, più contenuto l’incremento dello zucchero e dei prodotti caseari


5' di lettura

Dopo anni di stabilità ed un brusco calo durante lo shock pandemico di marzo-aprile 2020 i prezzi delle principali commodities alimentari hanno ripreso a correre. L’indice benchmark della Food and Agriculture Organization (FAO, Food Price Index FPI) che tiene traccia dei prezzi sui principali mercati mondiali ha registrato un +18% in 7 mesi consecutivi di crescita (cfr. Figura 1). Un livello dell’indice FPI così elevato non veniva registrato dal 2013, quando era in fase discendente dopo la durissima crisi inflazionistica del 2011-2012. La spinta principale è data dalla crescita dei prezzi degli oli vegetali (tra cui l’olio di palma) e dei cereali, mentre appare più contenuto l’incremento dei prezzi dello zucchero e dei prodotti caseari.

CRESCITA % DEL FOOD PRICE INDEX (FPI) E DELLE SUE COMPONENTI
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In una prima fase (febbraio-maggio 2020), l’esplosione della crisi pandemica ha provocato una violenta caduta dei prezzi dei beni alimentari prendendo in contropiede le previsioni degli esperti che vaticinavano un immediato effetto inflazionistico dovuto alle interruzioni/ritardi sulle catene logistiche di approvvigionamento. Tuttavia la resilienza del sistema di distribuzione delle merci si è rivelata maggiore del previsto, mentre si è sottovalutato lo shock deflazionistico causato dalla caduta della domanda globale a seguito dei lockdowns generalizzati del mondo industrializzato e delle grandi economie emergenti. Il crollo del prezzo del petrolio è risultato determinante in questa fase perché ha de facto cancellato la domanda di combustibili alternativi basati su oli vegetali (barre azzurre). Con la riapertura graduale delle principali economie mondiali a maggio, il trend discendente si è rapidamente invertito per quasi tutte le principali commodities e già ad ottobre il calo dei prezzi era stato complessivamente riassorbito. Fa eccezione la carne (barre verdi) che soffre della riduzione del potere d’acquisto subìto da vaste fasce di consumatori a causa della recessione economica e della disoccupazione crescente.

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Complessivamente, il rialzo dei prezzi ha preso forza negli ultimi mesi del 2020. Insieme alla rapidità di incremento, ciò che preoccupa i governi mondiali è la possibile persistenza del fenomeno ben oltre il 2021. Infatti, è sempre meno verosimile la rassicurante ipotesi di un’inflazione dei beni alimentari transitoria dovuta al semplice recupero dei livelli pre-pandemia. Anzi, è verosimile che la pandemia abbia provocato cambiamenti permanenti nel comportamento dei consumatori e dei principali operatori del mercato che possono esacerbare la crescita dei prezzi.

Le cause dell’inflazione dei prezzi del cibo

I fattori che stanno determinando questo ciclo di rialzo dei prezzi sono molteplici.

In primis c’è una forte pressione alla ricostituzione delle scorte da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. La Cina particolarmente ha inondato il mercato di richieste su tutto lo spettro dei beni acquistabili. Il governo ha utilizzato una quota significativa di riserve durante la prima fase critica della pandemia tra gennaio e marzo 2020 per ridurre l’impatto potenzialmente incontrollato della crescita dei prezzi. Nei mesi successivi, Pechino ha avviato un piano aggressivo di ricostituzione delle scorte che ha coinvolto anche il settore dell’allevamento e quello dei cereali utilizzati per l’alimentazione animale, fortemente colpiti dalla peste suina africana. Le importazioni cinesi di mais dagli USA sono triplicate in pochi mesi da 7 a 22 milioni di tonnellate ed il governo è intenzionato ad aumentare le richieste.

Sono raddoppiati anche gli ordini di grano da parte dei principali importatori medio-orientali e del Nord-Africa, riflettendo una nuova logica prudenziale influenzata dalle precedenti esperienze di crisi e dai danni inflitti dalla pandemia. È verosimile che la crisi attuale spinga la maggior parte dei governi dei Paesi emergenti verso la costituzione di scorte alimentari strategiche, in analogia con quanto accaduto dopo le crisi petrolifere globali degli anni ’70 e quelle valutarie degli anni ’90 in Asia.

Inoltre il clima secco nelle fasce temperate, tipico dei periodi in cui predomina il fenomeno della Niña (un raffreddamento ciclico delle acque superficiali nell’oceano Pacifico), sta contribuendo al razionamento dell’offerta di commodities alimentari, in special modo di grano e riso. La siccità ha colpito i raccolti in tutto il mondo, specialmente nel Sud America, più esposto al rischio climatico; tuttavia anche la Russia sta subendo conseguenze significative.

A ciò si sovrappone un problema di distribuzione logistica, più evidente sul mercato del riso in Asia: negli ultimi mesi il costo del trasporto merci via mare è raddoppiato mentre i tempi medi di attesa per l’evasione di ordini sono arrivati a 3-4 mesi. Le prospettive di rialzo dei prezzi a breve termine stanno attirando infine gli “squali” dell’ecosistema finanziario: hedge funds e altri speculatori hanno iniziato ad alimentare il rally nella seconda metà del 2020. A novembre, gli speculatori detenevano posizioni “lunghe” nette in futures e opzioni su materie prime agricole a livelli record, dopo 22 settimane consecutive di rialzi senza precedenti. A fine dicembre, le posizioni rialziste rimanevano vicine ai massimi pluriennali.

Le conseguenze (da evitare) della fiammata dei prezzi dei beni alimentari

L’inflazione delle commodities alimentari (c.d. food inflation) può essere molto pericolosa dal punto di vista della stabilità politica ed economica delle economie importatrici, specie se queste non possono far fronte all’incremento dei costi attingendo a riserve valutarie o ricorrendo forme alternative di funding come l’emissione di debito estero. Nel 2007-2008, la più grave siccità del XXI secolo fece balzare i prezzi a livelli record (cfr. Figura 2), innescando rivolte alimentari in numerosi paesi africani. Nel 2010 il divieto di esportazione di grano da parte della Russia portò al più grave evento mai registrato di food inflation che funse da innesco ai sommovimenti sociali in Medio Oriente precedenti la “Primavera Araba”. Pochi giorni fa, in Kashmir proteste violente per l’aumento dei prezzi del grano hanno rialzato la tensione in una regione ad alto rischio geopolitico.

CRESCITA % DEL FOOD PRICE INDEX (FPI) E DELLE SUE COMPONENTI
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Quindi il fenomeno è da osservare con estrema attenzione: la FAO ha elaborato un indice di rischio che monitora la dipendenza di un’economia dall’importazione di beni alimentari rispetto al fabbisogno complessivo.

ESPORTAZIONI/IMPORTAZIONI NETTE

In % del fabbisogno alimentare domestico, dati 2016 (Fonte: FAO Global Perspectives Studies)<br/>

ESPORTAZIONI/IMPORTAZIONI NETTE

Dall’analisi della Figura 3 si nota con un discreto colpo d’occhio come la fascia dei Paesi più esposti ad un rialzo dei prezzi delle commodities alimentari (in rosso) sia concentrata tra il Medio Oriente e l’Africa settentrionale, già teatro dei grandi disordini del 2007 e del 2011-2012. I grandi Paesi esportatori (in blu e viola) sono invece concentrati nelle fasce climatiche temperate dei due emisferi e proporzionalmente sarebbero tra le economie che più potrebbero trarre vantaggio dalla food inflation in un mercato globale perfettamente liberalizzato.

Paradossalmente invece la durissima recessione in atto e le tensioni interne stanno spingendo i grandi esportatori a politiche protezionistiche, che stanno riducendo l’offerta globale nel momento sbagliato.

L’ascesa di un nuovo protezionismo sui mercati agricoli internazionali

A dicembre il governo russo ha introdotto una tassa flat sull’esportazione di grano (di cui è il principale esportatore mondiale) di 30 $ a tonnellata ed una quota massima di esportazione di 17,5 milioni di tonnellate annue su grano, mais, orzo e segale. L’obiettivo è quello di privilegiare l’approvvigionamento del mercato interno, dove i prezzi di “prodotti socialmente importanti” tra cui figurano zucchero ed olio di girasole saranno soggetti a calmieramento.

L’Argentina ha contingentato l’esportazione di mais a 30.000 tonnellate al giorno per garantire il sostegno al mercato interno e la misura sarà valida almeno fino a fine febbraio 2021.

Dall’esperienza storica sappiamo che queste misure possono proliferare rapidamente, come già successo prima della grave inflazione del 2011-2012. In quel caso, si è stimato che il 45% dell’incremento dei prezzi del riso ed il 30% di quelli del grano sia dipeso da politiche commerciali di stampo protezionistico. La crisi prese avvio con il provvedimento di interruzione delle esportazioni di grano da parte del governo russo del 2010 che somiglia sinistramente alle recenti misure.

In definitiva, anche se appare lontano dai problemi più pressanti che ora riguardano direttamente l’economia nazionale, il controllo dei prezzi dei beni alimentari sui mercati internazionali è un tassello fondamentale per garantire una ripresa economica globale più rapida ed incisiva possibile.

(Marcello Minenna, Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli)

@MarcelloMinenna

(Le opinioni espresse sono strettamente personali)

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