Opinioni

L’importanza di essere comunità di cura

Il lavoro agile consente di progettare e comunicare tutelando il nostro corpo

di Aldo Bonomi


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3' di lettura

Ho sempre usato attenzione, nei miei «Microcosmi», al fare comunità. Parola che rimanda alla prossimità, al tenersi per mano. Immagine mai tanto inattuale ai tempi di Covid-19. Ci aveva allertato al non abusare di questa visione dolce dell’essere in comune e dello stare assieme il filosofo Roberto Esposito con il suo saggio Immunitas - Protezione e negazione della vita (Einaudi), dove si chiedeva «cosa hanno in comune fenomeni come la battaglia contro una nuova insorgenza epidemica (...) il rafforzamento delle barriere nei confronti dell’immigrazione clandestina». Ci aveva ricordato, passando dalla medicina al diritto, che ogni communitas sviluppa dentro di sé pulsioni da immunitas verso l’untore, lo straniero verso l’altro da sé. Da qui il mio rammentare che la comunità non è buona in sé , può farsi «comunità maledetta» di cui ho scritto guardando alla guerra civile nella ex Jugoslavia in nome del sangue del suolo e delle religioni. Può farsi comunità del rancore e addentrarci nel “Labirinto delle paure”. Tutte tematiche, passando dal filosofo alla fenomenologia sociale da tenere in conto in tempi di Coronavirus.

Ma, tenendo conto di queste avvertenze rispetto al buonismo comunitario, i tempi dell’oggi mi paiono tempi in cui riconoscere e riconoscersi nella comunità di cura. Non solo per dare riconoscimento alla abnegazione e al lavoro di cura di infermiere, infermieri, medici e personale tutto dei luoghi di cura a cui ci affidiamo. Anche per affermare e capire la centralità della comunità di cura. Troppo spesso delegata ai volontari o a quello che non a caso definiamo terzo settore o alle Caritas per gli ultimi degli ultimi.

Per poi affrontare il tema dei tagli nei numeri e nelle funzioni anche di ricerca nella sanità pubblica. Mai come oggi va affrontata e praticata come alternativa al rancore alla paura e al dilagante desiderio di immunitas. Non è buonismo, ma realismo l’urgenza di mettere in mezzo la comunità di cura tra rancore e immunitas.

È forse il tempo di capire che la comunità di cura non è solo retorica di buone notizie o di buoni sentimenti operosi di minoranze da rappresentare in televisione, ma è questione sociale. Per fare società che rimanda al pensarla non solo stretta sul volontario, ma larga con infermieri, medici, ricercatori, insegnanti, tutte figure di un welfare tagliato e bistrattato. Non è solo la difesa di un welfare di comunità.

La comunità di cura larga è fatta anche da un sindacato dei lavori che dà voce alla comunità dei lavori, lavoro a distanza compreso, da rappresentanze di imprese grandi e piccole, manifatturiere e terziarie, necessarie per capire la “geografia del male” sociale ed economico. Ci vuole società di mezzo radicata sul territorio quando non bastano solo i saperi degli esperti e le competenze dei prefetti. Teniamoci a due metri di distanza nella prossimità, ma sono tempi da comunità di cura per curare e curarsi. È utile in tempi di spaesamento e di impotenza della cassetta degli attrezzi che ci era abituale. Parlo per me che scrivo Microcosmi, con le categorie dei flussi globali che disegnano sui territori storie sociali e geografie economiche come i distretti le piattaforme, comuni polvere, città medie e aree metropolitane e mi ritrovo oggi seguendo il flusso globale Covid-19 che disegna zone rosse, arancione, gialle , mutando con la “geografia del male” la dimensione dello spazio e a proposito di immunitas quella dei confini. Si ridisegnano comunità locali e forme di convivenza che si interrogano sulla comunità di destino. Di una società dell’accelerazione passata da mezzi scarsi e fini certi a una con mezzi potenti e fini incerti, incertezza che oggi non solo riguarda i fini, ma anche la potenza dei mezzi.

Cerchiamo, nei giorni dell’incertezza, di fare comunità a distanza con il lavoro agile che mette al lavoro il nostro pensare, progettare, ricordare e comunicare, tutelando e curando la nostra vita nuda, il corpo che abita mangia si copre e si ammala. Anche qui mi verrebbe da dire che, senza mettere in mezzo la comunità di cura, in tempi di community non si rimargina lo iato tra intelletto, la nuda vita e la vita nuda del corpo. È la biopolitica come ci ha insegnato il filosofo Michel Foucault. E sono tempi di biopolitica, per dirla banalmente, quelli in cui i medici fanno politica e i politici i medici. È un tempo antropologicamente caratterizzato da quello che Ernesto De Martino definisce l’apocalisse culturale che ci prende quando non ci riconosciamo più in ciò che ci era abituale. Ne ha scritto in un libro titolato la Fine del mondo. Come segno di speranza nella società che viene, lo titolerei la Fine di UN mondo.

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