CHAMPIONS LEAGUE

L’impresa del «british» Percassi a Liverpool: la Dea riscatta Bergamo

La sfida di coppa tra Atalanta e Liverpool è il simbolo di due città martoriate dal Covid: finisce con un’impresa storica del club italiano, che vince 2 a 0

di Simone Filippetti

Lo stadio di Andfield Road nella partita Liverpool-Atalanta

5' di lettura

LIVERPOOL - Il nome di Liverpool evoca, nell'immaginario collettivo, espressione ormai abusata e logora, porti e banchine, la grigia e proletaria Inghilterra della Rivoluzione Industriale. Città operaia per antonomasia, cuore di quella working class celebrata da John Lennon il figlio più famoso di Liverpool. La musica è l'altro luogo comune: la città dei Beatles. Anche qui, altra retorica se non fosse che ogni angolo della città trasuda i Fab Four. “All You Need is Klopp” recita, giocando tra la famosa canzone e l'allenatore del Liverpool FC, uno striscione, rigorosamente in rosso, il colore del club, gloria locale e globale, all'ingresso di un pub di Merseyside, il “lungomare” della città.

Religioni & Tragedie

Il calcio qua è la terza religione, dopo fabbriche e musica. Per gli italiani Liverpool è nome terribile e doloroso: ricorda la tragedia dell'Heysel, la furia cieca degli hooligan, i morti innocenti, la coppa dei Campioni macchiata di sangue, la “vittoria mutilata” della Juventus. Ma questo è ormai il passato: oggi Liverpool è una città-movida, nonostante il clima impietoso. La malfamata e derelitta zona dei dock è stata trasformata in una zona di musei, sfavillanti centri commerciali, e locali: moderna e attraente. Liverpool assomiglia molto a Milano: entrambe città post-industriali, anche se il “FrecciaRossa” di Avanti (la compagnia ferroviaria gestita da Trenitalia) attraversa una sterminata distesa di capannoni industriali prima di entrare a Liverpool; entrambe riconvertite all'economia immateriale dei servizi, dalla manifattura ai consumi, dalle tensioni degli anni 70 alla globalizzazione cosmopolita.

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Oggi, nel senso di 25 novembre 2020, nemmeno quello, però. Liverpool è stata l'epicentro della seconda ondata del virus. Un macabro filo rosso lega Bergamo, città simbolo mondiale della tragedia del Covid, e Liverpool: la partita di Champions League tra LFC e Atalanta diventa una metafora del 2020. Il calcio è lo specchio più fedele della società. E così anche Anfield Road, nome questo sì evocativo più di tutti, è desolato, in isolamento. La città dei Beatles è in guerra con il premier Boris Johnson per il draconiano lockdown imposto alla città. Ma pure la stella del Liverpool Mohammed Salah, nome che suscita mille rimpianti a Roma dove il campione egiziano già mise in luce il suo talento sacrificato però sull'altare del bilancio economico, ha preso il Covid.

Effetto stadi vuoti

Lo stadio del Liverpool è uno dei luoghi dove si ritiene sia custodito il “sacro fuoco” del calcio; e i Reds ne sono le moderne vestali. “You'll never walk alone”, letteralmente “Non camminerai mai solo”, ma meglio traducibile, è l'inno dei tifosi. Ma nessuno lo ha cantato la sera di un fine novembre di un anno maledetto che sarà ricordato per la morte di Diego Maradona (e, quasi 30 anni prima, per quella di Freddie Mercury) quando i Reds sono scesi in campo contro l'Atalanta, club italiano per cui la parola “favola”, usata anch'essa a sproposito nel mondo del calcio, si applica alla perfezione.

Lo stadio, famoso per il suo tifo, è spettrale: un'atmosfera irreale lo avvolge. I posti vuoti delle tribune sono occupati da mega poster con il logo del club; la curva è addobbata per tentare di replicare le sciarpe dei supporter. Quando lo speaker legge le formazioni, non ci sono i fan a urlare all'unisono i nomi dei calciatori. La musica di sottofondo durante il riscaldamento è il riff di chitarra di Thunderstruck degli AC/DC, che i frequentatori dell'Allianz Stadium di Torino conoscono bene. È il calcio ai tempi della pandemia. E la Champions League non fa eccezione.

Ritorno ad Albione

Un anno fa, che però sembra una vita fa, l'Atalanta sbarcò a Manchester per la prima vota e fece il suo debutto all'Etihad Stadium, altro tempio del calcio, per sfidare il Manchester City di Pep Guardiola. Perse e pure male (5 a 1), nonostante fosse passata in vantaggio. Ma le apparenze, anche nel calcio, ingannano. Quel battesimo di fuoco fu il preludio a un anno eccezionale per Antonio Percassi che a piccoli passi ha costruito la più interessante realtà del calcio italiano degli ultimi anni. Una cavalcata di bel calcio fino ai quarti di finale contro il PSG, il dream team costruito con i fantastiliardi degli emiri del Qatar contro la piccola provincia italiana degli artigiani.

L’Atalanta è stata l'Ajax della scorsa stagione, l'underdog, come dicono i british, che ha stupito tutti, la rivelazione che ha pure superato la macchina da guerra Juventus costruita attorno a Cristiano Ronaldo per riportare a Torino quella coppa che manca da troppi anni, ma una macchina ancora incompiuta.

Dodici mesi dopo, per la rivelazione Atalanta, è arrivato un altro battesimo di fuoco, sempre in terra inglese: questa volta il Liverpool schiacciasassi, che guarda tutti dall'alto del suo trono d'Europa e dal primo posto in Premier League (a pari punti con il Tottenham dello Special One Mourinho).

Ad Anfield Road, la Dea è “venuta a imparare” ha subito messo le mani avanti il patron Percassi, ma per lunghi tratti ha dominato con tutta la squadra nella metà campo dei padroni di casa. Di sicuro il presidente dell'Atalanta, ex calciatore diventato uno degli imprenditori più importanti d'Italia nel largo consumo (è l'uomo che ha fatto sbarcare in Italia marchi stranieri come Starbucks e Victoria's Secret), l'understatement britannico lo ha già imparato: umiltà e rispetto per un avversario irraggiungibile, nella speranza, sotto sotto, di fare un impensabile colpaccio.

I ragazzi di Gasperini, anzi del Gasp come usa dire tra chi di calcio ne mastica, vanno nella tana di Jurgen Klopp il tedesco trapiantato nelle Midlands. Il profeta che ha riportato tra le case popolari di Anfield Road, quartiere della classe medio-bassa, quei trofei che mancavano da decenni. Di fronte al solo pubblico virtuale delle pay-tv, si scontrano due scuole e anche i due allenatori che esibiscono due tra i migliori club di calcio in Europa.C'è un terzo “incomodo” nella disfida di Champions, anch'egli italiano: Carlo Ancelotti scappato da Napoli l'anno scorso e approdato lungo le gelide rive del fiume Mersey, ma sull'altra sponda di Liverpool, quella dell'Everton che ha pure assaporato la vetta della Premier seppur per poco, e che durante l'allenamento è andato a omaggiare il club italiano e il collega Gasperini. Forse presagendo aria di impresa.

I bergamaschi che fecero la Storia

Per la piccola Dea, entrata però ormai stabilmente nell'Olimpo del calcio internazionale, era già un grande risultato poter giocare nello stadio del Liverpool. Ma l'understamement sornione di Percassi ha fatto la magia: altro che accontentarsi di entrare in punta di piedi e di uscirne anche sconfitti, dopo la batosta, sempre 5 gol, subìta in casa. Gasp e l'Atalanta hanno fatto l'impresa: ha giocato a testa alta, segnando due gol, senza mai essere inferiore per metà partita. Comunque vada, per parafrasare un vecchio motto del granata Piero Chiambretti, è già un successo. Più di un successo: Percassi ha scritto la storia dell'Atalanta e del calcio italiano mentre il mondo piangeva el Pibe de Oro.


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